mercoledì 23 novembre 2011
Armiamoci e partite. Ma subito!
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=42340
Armiamoci e partite. Ma subito!Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Una mia amica mi ha segnalato una fatwa (sentenza islamica vincolante) emessa a Baghdad in cui un chierico islamico, tale Sheikh Ibrahim al Dawi, ha dichiarato che è dovere di ogni musulmano partecipare al jihad, la guerra santa, per evitare il richio che la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme (pardon Al Quds) sia distrutta dagli "ebrei", cioè dall'imperialismo sionista, che notoriamente è vandalico e cerca di distruggere i luoghi santi islamici.
In effetti è un grave pericolo, di cui dovrebbe occuparsi l'Unesco ancor più di quel che faccia, per esempio dichiarando che le tombe dei patriarchi e delle matriarche dell' ebraismo a Hebron e vicino a Betlemme non devono entrare nel repertorio dei beni culturali israeliani ma di quelli "palestinesi", a titolo di moschee.
E gli israeliani non debbono fare scavi nella città di Davide, che oggi costituisce l'agglomerato edilizio per il novanta per cento abusivo di Silwan. Così si è sicuri che non cerchino di "giudeizzare" Gerusalemme, che notoriamente è da sempre una città islamica, benché non sia mai nominata nel Corano, non sia mai stata la capitale di nessuno stato islamico, la Bibbia ebraica e i Vangeli cristiani siano concordi nell'attribuirle il ruolo di unico e fondamentale centro spirituale dell'ebraismo eccetera eccetera. Ogni volta che gli archeologi trovano monete, costruzioni, tombe, iscrizioni, canali dell'acquedotto risalenti allo stato ebraico di tremila anni fa, chiaramente stanno giudeizzando Gerusalemme e questo non dev'essere consentito, perché non è proprio politicamente corretto. Questo lo sappiamo tutti, e l'Unesco ne è il garante principale.
Ma torniamo alla nostra fatwa. Sheikh Ibrahim al Dawi giustamente teme che gli "ebrei" attentino alla sacralità della moschea Al Qqsa (che vuol dire la lontana, tanto per testimoniare della sua centralità per l'islamismo). E giustamente chiama alla guerra santa.
Che altro mezzo migliore vi è di tutelare i beni culturali e religiosi che la guerra? Soprattutto se il pericolo è imminente.
Guardate, amici cari, questo appello riguarda anche noi. Armiamoci e partite, questo è il mio eroico suggerimento. Soprattutto se le cose sono così urgenti, se davvero gli ebrei stanno cercando di abbattere il terzo luogo più sacro dell'Islam, come dicono le classifiche dell'auditel.
Ah, però, c'è un piccolo dettaglio. A causa del perfetto funzionamento delle poste, non so se di quelle italiane o di quelle irachene, il francobollo sulla fatwa mi dice che essa è stata emessa nel '36 (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/06/guess-date-this-happened.html). Settantacinque anni fa. Certamente, è ancora urgentissima, gli "ebrei" che nel frattempo sono diventati israeliani (ma per la propaganda araba restano giustamente ebrei, figli di scimmie e maiali), continuano a cercare di abbattere Al Aqsa. E però, nonostante tutta la loro tecnologia e i loschi mezzi che impiegano e il fatto che se ne siano nel frattempo impadroniti militarmente (44 anni fa), la moschea è sempre in piedi: un bel pezzo di architettura che sfoggia la sua cupola dorata senza un graffio. E allora? Che sia un miracolo? Oppure testimonia dell'incapacità edilizia congenita degli "ebrei" che notoriamente non hanno edificato né le piramidi né la grande muraglia (oggetti grandi e dunque per forza islamici)?
Non so, non importa. Siamo in ritardo. La purissima propaganda islamica ci chiama. C'è fretta, bisogna difendere "la lontana".
Forza, cari amici, alla guerra santa! Armiamoci e partite!
Armiamoci e partite. Ma subito!Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Una mia amica mi ha segnalato una fatwa (sentenza islamica vincolante) emessa a Baghdad in cui un chierico islamico, tale Sheikh Ibrahim al Dawi, ha dichiarato che è dovere di ogni musulmano partecipare al jihad, la guerra santa, per evitare il richio che la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme (pardon Al Quds) sia distrutta dagli "ebrei", cioè dall'imperialismo sionista, che notoriamente è vandalico e cerca di distruggere i luoghi santi islamici.
In effetti è un grave pericolo, di cui dovrebbe occuparsi l'Unesco ancor più di quel che faccia, per esempio dichiarando che le tombe dei patriarchi e delle matriarche dell' ebraismo a Hebron e vicino a Betlemme non devono entrare nel repertorio dei beni culturali israeliani ma di quelli "palestinesi", a titolo di moschee.
E gli israeliani non debbono fare scavi nella città di Davide, che oggi costituisce l'agglomerato edilizio per il novanta per cento abusivo di Silwan. Così si è sicuri che non cerchino di "giudeizzare" Gerusalemme, che notoriamente è da sempre una città islamica, benché non sia mai nominata nel Corano, non sia mai stata la capitale di nessuno stato islamico, la Bibbia ebraica e i Vangeli cristiani siano concordi nell'attribuirle il ruolo di unico e fondamentale centro spirituale dell'ebraismo eccetera eccetera. Ogni volta che gli archeologi trovano monete, costruzioni, tombe, iscrizioni, canali dell'acquedotto risalenti allo stato ebraico di tremila anni fa, chiaramente stanno giudeizzando Gerusalemme e questo non dev'essere consentito, perché non è proprio politicamente corretto. Questo lo sappiamo tutti, e l'Unesco ne è il garante principale.
Ma torniamo alla nostra fatwa. Sheikh Ibrahim al Dawi giustamente teme che gli "ebrei" attentino alla sacralità della moschea Al Qqsa (che vuol dire la lontana, tanto per testimoniare della sua centralità per l'islamismo). E giustamente chiama alla guerra santa.
Che altro mezzo migliore vi è di tutelare i beni culturali e religiosi che la guerra? Soprattutto se il pericolo è imminente.
Guardate, amici cari, questo appello riguarda anche noi. Armiamoci e partite, questo è il mio eroico suggerimento. Soprattutto se le cose sono così urgenti, se davvero gli ebrei stanno cercando di abbattere il terzo luogo più sacro dell'Islam, come dicono le classifiche dell'auditel.
Ah, però, c'è un piccolo dettaglio. A causa del perfetto funzionamento delle poste, non so se di quelle italiane o di quelle irachene, il francobollo sulla fatwa mi dice che essa è stata emessa nel '36 (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/06/guess-date-this-happened.html). Settantacinque anni fa. Certamente, è ancora urgentissima, gli "ebrei" che nel frattempo sono diventati israeliani (ma per la propaganda araba restano giustamente ebrei, figli di scimmie e maiali), continuano a cercare di abbattere Al Aqsa. E però, nonostante tutta la loro tecnologia e i loschi mezzi che impiegano e il fatto che se ne siano nel frattempo impadroniti militarmente (44 anni fa), la moschea è sempre in piedi: un bel pezzo di architettura che sfoggia la sua cupola dorata senza un graffio. E allora? Che sia un miracolo? Oppure testimonia dell'incapacità edilizia congenita degli "ebrei" che notoriamente non hanno edificato né le piramidi né la grande muraglia (oggetti grandi e dunque per forza islamici)?
Non so, non importa. Siamo in ritardo. La purissima propaganda islamica ci chiama. C'è fretta, bisogna difendere "la lontana".
Forza, cari amici, alla guerra santa! Armiamoci e partite!
martedì 22 novembre 2011
La settimana appena trascorsa è stata segnata dalla pubblicazione del rapporto dell'Agenzia atomica ...
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=42345
IC7: Il commento di Ugo Volli
Ugo Volli
La settimana appena trascorsa è stata segnata dalla pubblicazione del rapporto dell'Agenzia atomica internazionale che ha messo in primo piano l'avanzamento del progetto iraniano di fornirsi delle armi atomiche (e in secondo piano ma con chiarezza, la complicità del precedente direttore dell'agenzia, l'egiziano El Baradei, che nonostante o forse a causa di questa complicità è stato insignito del Premio Nobel per la pace...). E' abbastanza probabile che per bloccare gli iraniani, pesantemente appoggiati dalla Russia, restino pochi mesi (si calcola che a primavera avranno cinque atomiche, con cui minacceranno non solo Israele, ma i paesi del Golfo e l'Europa). E il solo mezzo possibile per fermarli è ora l'intervento militare. Le sanzioni non sono più sufficienti.
E' questo il tema del nostro prossimo futuro, dunque. Ma i giornali ne hanno parlato ampliamente, anche se spesso con quel modo caratteristico di mettere la testa sotto la sabbia che pretende di definirsi pacifismo. Io dunque preferisco indicarvi un tema meno decisivo ma decisamente importante per il Medio Oriente, di cui i giornali italiani non hanno dato quasi notizia, con l'eccezione del "Foglio" e del "Manifesto", su opposte posizioni, è chiaro. Sto parlando della ripresa dei colloqui fra Hamas e Fatah che è seguito alla sconfitta del tentativo di Abu Mazen di ottenere il riconoscimento dell'Onu. Sembra che il principale ostacolo all'accordo fra le due organizzazioni palestinesi sia stato superato: il nuovo capo del governo di unità nazionale non sarà più Al Fayyad, l'economista formato in un'università americana (secondaria, ma americana e ben diversa dai campi di addestramento per terroristi da cui proviene tutta l'élite palestinese) già funzionario del Fondo Monetario Internazionale, che serviva come foglia di fico per garantire il carattere "pacifico" e "ragionevole" della costruzione dello stato palestinese.
Persa l'avventurista scommessa all'Onu, si sono liberati anche nell'AP gli "spiriti animali" del terrorismo; il presidente Mahmoud Abbas ha dichiarato che il rapimento di Gilad Shalit è stata un'ottima cosa (vi immaginate il presidente Napolitano che plaude all'anonima sequestri calabrese?), i terroristi amnistiati per liberare Shalit sono stati onorati in tutti i modi e coi soldi degli aiuti internazionali sono stati pagati i loro stipendi, case, regalie varie.
Ora vi sarà un governo di unità, che potrebbe addirittura aver sede a Gaza; molto probabilmente quel tanto di coordinamento fra forze militari ufficiali dell'autorità palestinese ed esercito israeliano cesserà; vi saranno le elezioni, ora volute da Hamas, sicuro di capitalizzare il risultato del rapimento; lo stesso Mahmoud Abbas non si ripresenterà come presidente ed è probabile che, in assenza di sostituti sulla stessa linea ambigua, la prossima presidenza andrà a una figura gradita a tutti, che lasci mano libera ai terroristi di tutte le parti.
Israeliani e anche americani hanno espresso preoccupazioni, ma Abbas ha fatto replicare che sono questioni interne palestinesi. (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=246157) E' probabile dunque che a partire dall'anno prossimo avremo una dirigenza palestinese molto più esplicitamente legata al terrorismo e dominata da Hamas. Si potrebbe rompere quell'ambiguità regnata dopo la fine della "seconda intifada", per cui buffamente i palestinesi si sono venduti (e subito sono stati comprati da stampa e politici di mezzo mondo) come amanti della pace frustrati dai cattivi governi israeliani.
Certamente molti lutti ne seguiranno, da una parte e dall'altra. Ma forse questa evoluzione consentirà un chiarimento, su chi sa vivere in pace e costruire e chi cerca di distruggere gli altri e di seminare morte e distruzione. Anche se, possiamo esserne sicuri, non mancherà chi verrà a spiegarci che Hamas è un movimento politico legittimo con cui bisogna "fare i conti". Perché la malafede di chi nutre un pregiudizio antisionsta/antisemita, e la capacità di mettere la testa sotto la sabbia dei "pacifisti", purtroppo non finirà certo con l'inglorioso addio di Mahmoud Abbas
Dall'Egitto attentati a tutto gas contro Israele
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=187&sez=120&id=42337
Continuano gli attentati al gasdotto che attraversa il deserto del Sinai. Riprendiamo da L'OCCIDENTALE il commento di Costantino Pistilli:
La scorsa settimana c’è stato un altro attentato contro il gasdotto egiziano che rifornisce Giordania e Israele. Il settimo da febbraio, da quando l’Egitto è stato liberato dal raìs Mubarak. Il penultimo atto terroristico risale al 27 settembre: un gruppo di terroristi posizionò dell'esplosivo sul tratto del gasdotto che attraversa l'area di al-Taweel, nella città di al-Arish. Il 30 luglio, un gruppo di uomini a volto coperto fece saltare in aria un deposito di carburante lungo la pipeline. Altri due attentati erano avvenuti il 4 e il 13 Luglio e il 27 Marzo alcuni terroristi collocarono dell'esplosivo nel terminal di al-Sabil con l'intenzione di farlo esplodere ma la polizia riuscì a sventare l'attacco. Il 5 Febbraio, invece, durante i giorni più caldi della rivolta contro Mubarak, il gasdotto fu incendiato in più parti.
In questi giorni le forze di sicurezza del Cairo hanno arrestato sedici persone del gruppo denominato 'Al Takfeer Wal Hijra' (TWH) ritenuto responsabile di chiudere il gas a Giordania (più del 90% dipende dalle esportazioni estere) e a Israele (più del 30% di oro azzurro arriva dal Sinai). Due di loro hanno poi rivelato che a capo della loro organizzazione, impegnata ad attaccare il metanodotto in questi ultimi mesi, vi sarebbe Mohammed al-Teehi trattenuto di ritorno da un pellegrinaggio alla Mecca. Il gruppo fondamentalista islamico TwH nasce intorno agli anni settanta e si insedia nella penisola del Sinai a causa della durissima ostilità del regime egiziano (da Anwar al-Sadat a Hosni Mubarak) lasciando la capitale egiziana per trovare rifugio nella città di Asyut, loro luogo di Egira.
I componenti dell’organizzazione (di cui avrebbe fatto parte anche Mohammed Atta, uno degli assassini dell’Undici settembre) sono quindi molto ben radicati nel territorio e difficili da intercettare: grazie alla concessione della taqiyya, che permette di mangiare cibi haram o di bere alcool per mischiarsi e avvicinare senza sospetto gli “infedeli”.
Oltre al TWH ad avere un controllo capillare del Sinai egiziano ci sono tribù di beduini, circa il 70% della popolazione della penisola, e secondo l’archeologo israeliano Avner Goren che ha vissuto e lavorato per più di quindici anni nel Sinai, Al-Qaeda sta sfruttando il malcontento dei beduini e finanziando le varie tribù per consolidare un’alleanza che le permetta di stazionare in una delle aree più strategiche del Levante. Questo, nonostante le tribù beduine non siano tradizionalmente devote all’Islam. I beduini, infatti, tengono di più alla loro tradizione che al Corano. Ma il mal contento contro il potere centrale li spinge verso chi li sostiene finanziariamente.
Il territorio del Sinai, quindi, sia per la ricchezza energetica (l’Egitto è diventato uno dei maggiori produttori di gas naturale dell'Africa, secondo solo all’Algeria) sia per importanza strategica sarà una scacchiera dove molti partiti vorranno posizionare le proprie pedine in occasione delle imminenti elezioni. Inoltre, da lì parte il gas che rifornisce lo Stato israeliano e negli anni la canna del gas egiziana viene utilizzata, soprattutto dalla Fratellanza musulmana, come asta per sbandierare il drappo antigovernativo e antisionista.
Il gas naturale viene venduto a Israele da questo impianto in base a un accordo ventennale con il quale l'Egitto rifornisce i propri vicini. L'accordo non ha mai ricevuto il consenso popolare ed è motivo di ampie critiche per il fatto che i prezzi applicati a Israele sono troppo convenienti. Ma si dimentica di dire che l'Egitto quando ha firmato un trattato di pace con Israele sotto l'ex presidente Anwar Al-Sadat e fissato il prezzo dell’oro azzurro estratto dalle piramidi è diventato il secondo più grande destinatario di aiuti economici degli Stati Uniti. Gerusalemme, per svincolarsi dalla dipendenza energetica fornita dagli ostili paesi arabi dovrà sfruttare i giacimenti offshore di gas naturale di Dalit, Tamar e Leviathan nello spazio marittimo a largo di Haifa. Ma si tratta però di siti già contesi con Cipro nord - leggi Ankara- e Libano.
lunedì 21 novembre 2011
Nucleare, Aiea adotta risoluzione critica su programma Iran
VIENNA/ROMA (Reuters) - I membri del Consiglio dei Governatori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica hanno approvato oggi una risoluzione con la quale esprimono "crescente preoccupazione" circa il programma nucleare dell'Iran, accentuando la pressione internazionale su Teheran dopo il rapporto dell'Onu secondo cui l'Iran avrebbe lavorato sulla progettazione di una bomba atomica.
L'organo politico della Aiea, formato da 35 nazioni, ha adottato il testo con una vasta maggioranza, frutto di 32 voti a favore e 2 contrari.
Ali Asghar Soltanieh, ambasciatore iraniano alla Aiea, ha però detto che la risoluzione non farà altro che rafforzare la determinazione di Teheran, che non arresterà l'arricchimento dell'uranio nemmeno per un "secondo".
L'Iran, inoltre, non parteciperà agli incontri, ospitati dalla Aiea, dei paesi del Medio Oriente per discutere degli sforzi da sostenere per un mondo libero da armi nucleari, ha spiegato Soltanieh.
L'ambasciatore di Teheran ha definito il capo della Aiea Yukiya Amano, che ha organizzato i colloqui del 21 e 22 novembre, "non professionale" e ha detto che il meeting non sarebbe "fruttuoso".
L'Iran "non parteciperà", ha detto Soltanieh ai giornalisti.
La Casa Bianca ha invece accolto favorevolmente la risoluzione e ha detto che accentuerà la pressione su Teheran affinché abbandoni il suo progetto di costruzione di un'arma atomica.
Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha detto che la risoluzione della Aiea ha smascherato "la falsità delle affermazioni dell'Iran", che ha sempre dichiarato che il suo programma nucleare ha esclusivamente scopi civili.
"Gli Stati Uniti continueranno ad esercitare la loro pressione finché l'Iran non deciderà di rinunciare al suo percorso di isolamento internazionale, sia unilateralmente che di concerto con i nostri partner", ha detto Carney in un comunicato.
Anche il neo-ministro degli Esteri Giulio Terzi ha espresso "pieno sostegno e condivisione dei contenuti della risoluzione adottata dal Consiglio dei Governatori della Aiea".
"Siamo fortemente preoccupati per gli sviluppi del programma nucleare iraniano e per i suoi effetti destabilizzanti sul piano internazionale", ha spiegato Terzi in una nota.
Il neo-ministro degli Esteri, che pure ha sottolineato come l'Italia abbia sempre sostenuto le iniziative di dialogo dell'Unione Europea con l'Iran, ha poi detto che "è giunto il momento di intensificare la pressione sull'Iran anche con ulteriori misure di carattere sanzionatorio onde indurlo ad un comportamento costruttivo con la comunità internazionale".
"L'Italia è pronta a sostenere l'adozione di tali misure a livello europeo in occasione del Consiglio Affari Esteri che si terrà a Bruxelles il prossimo 1° dicembre", ha spiegato Terzi.
L'organo politico della Aiea, formato da 35 nazioni, ha adottato il testo con una vasta maggioranza, frutto di 32 voti a favore e 2 contrari.
Ali Asghar Soltanieh, ambasciatore iraniano alla Aiea, ha però detto che la risoluzione non farà altro che rafforzare la determinazione di Teheran, che non arresterà l'arricchimento dell'uranio nemmeno per un "secondo".
L'Iran, inoltre, non parteciperà agli incontri, ospitati dalla Aiea, dei paesi del Medio Oriente per discutere degli sforzi da sostenere per un mondo libero da armi nucleari, ha spiegato Soltanieh.
L'ambasciatore di Teheran ha definito il capo della Aiea Yukiya Amano, che ha organizzato i colloqui del 21 e 22 novembre, "non professionale" e ha detto che il meeting non sarebbe "fruttuoso".
L'Iran "non parteciperà", ha detto Soltanieh ai giornalisti.
La Casa Bianca ha invece accolto favorevolmente la risoluzione e ha detto che accentuerà la pressione su Teheran affinché abbandoni il suo progetto di costruzione di un'arma atomica.
Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha detto che la risoluzione della Aiea ha smascherato "la falsità delle affermazioni dell'Iran", che ha sempre dichiarato che il suo programma nucleare ha esclusivamente scopi civili.
"Gli Stati Uniti continueranno ad esercitare la loro pressione finché l'Iran non deciderà di rinunciare al suo percorso di isolamento internazionale, sia unilateralmente che di concerto con i nostri partner", ha detto Carney in un comunicato.
Anche il neo-ministro degli Esteri Giulio Terzi ha espresso "pieno sostegno e condivisione dei contenuti della risoluzione adottata dal Consiglio dei Governatori della Aiea".
"Siamo fortemente preoccupati per gli sviluppi del programma nucleare iraniano e per i suoi effetti destabilizzanti sul piano internazionale", ha spiegato Terzi in una nota.
Il neo-ministro degli Esteri, che pure ha sottolineato come l'Italia abbia sempre sostenuto le iniziative di dialogo dell'Unione Europea con l'Iran, ha poi detto che "è giunto il momento di intensificare la pressione sull'Iran anche con ulteriori misure di carattere sanzionatorio onde indurlo ad un comportamento costruttivo con la comunità internazionale".
"L'Italia è pronta a sostenere l'adozione di tali misure a livello europeo in occasione del Consiglio Affari Esteri che si terrà a Bruxelles il prossimo 1° dicembre", ha spiegato Terzi.
domenica 20 novembre 2011
L'Iran dice no alle ispezioni del suo nucleare
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=42335
" L'Iran dice no alle ispezioni dell'Aiea nei suoi siti ", sulla STAMPA di oggi, 19/11/2011, a pag.16, una breve colonnina redazionale, ma sempre meglio che niente. Infatti, questa notizia che aiuterebbe a capire la vera natura del nucleare iraniano, non c'è oggi su nessun altro quotidiano, mentre noi la giudichiamo da prima pagina.
Scommettiamo che nei prossimi giorni ci capiterà ancora di leggere che il nucleare iraniano ha scopi civili ?
Ecco il pezzo:
Ahmadinejad: "ma certo, il nostro nucleare è per fini pacifici, perchè lo chiedete ?"
La missione di «chiarimento» proposta dall’Aiea all’Iran, «non si può fare ora»: lo ha detto il rappresentante iraniano presso l’Agenzia, Ali Asghar Soltaniyeh. Il diplomatico ha ribadito che Teheran «neanche per un secondo» sospenderà le attività di arricchimento dell’uranio. L’ambasciatore ha anche annunciato che l’Iran non parteciperà ai colloqui in programma il 21 e 22 novembre a Vienna riservati ai Paesi del Medio Oriente per favorire il disarmo atomico. Incontro cui è attesa anche la partecipazione di Israele. I governatori dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea) hanno approvato ieri una risoluzione in cui si sottolinea la «crescente preoccupazione» per il programma nucleare di Teheran e hanno chiesto di poter effettuare ispezioni in Iran. Il testo è stato approvato con il voto favorevole di 32 Stati su 35 membri. Due i contrari. Il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha espresso «pieno sostegno e condivisione» dei contenuti della risoluzione adottata dal Consiglio: «Siamo fortemente preoccupati per gli sviluppi del programma nucleare iraniano e per i suoi effetti destabilizzanti sul piano internazionale. È giunto il momento di intensificare la pressione sull’Iran».
" L'Iran dice no alle ispezioni dell'Aiea nei suoi siti ", sulla STAMPA di oggi, 19/11/2011, a pag.16, una breve colonnina redazionale, ma sempre meglio che niente. Infatti, questa notizia che aiuterebbe a capire la vera natura del nucleare iraniano, non c'è oggi su nessun altro quotidiano, mentre noi la giudichiamo da prima pagina.
Scommettiamo che nei prossimi giorni ci capiterà ancora di leggere che il nucleare iraniano ha scopi civili ?
Ecco il pezzo:
Ahmadinejad: "ma certo, il nostro nucleare è per fini pacifici, perchè lo chiedete ?"
La missione di «chiarimento» proposta dall’Aiea all’Iran, «non si può fare ora»: lo ha detto il rappresentante iraniano presso l’Agenzia, Ali Asghar Soltaniyeh. Il diplomatico ha ribadito che Teheran «neanche per un secondo» sospenderà le attività di arricchimento dell’uranio. L’ambasciatore ha anche annunciato che l’Iran non parteciperà ai colloqui in programma il 21 e 22 novembre a Vienna riservati ai Paesi del Medio Oriente per favorire il disarmo atomico. Incontro cui è attesa anche la partecipazione di Israele. I governatori dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea) hanno approvato ieri una risoluzione in cui si sottolinea la «crescente preoccupazione» per il programma nucleare di Teheran e hanno chiesto di poter effettuare ispezioni in Iran. Il testo è stato approvato con il voto favorevole di 32 Stati su 35 membri. Due i contrari. Il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha espresso «pieno sostegno e condivisione» dei contenuti della risoluzione adottata dal Consiglio: «Siamo fortemente preoccupati per gli sviluppi del programma nucleare iraniano e per i suoi effetti destabilizzanti sul piano internazionale. È giunto il momento di intensificare la pressione sull’Iran».
sabato 19 novembre 2011
Cosa ci insegna il Caso Dreyfus
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=42323
Sulla STAMPA di oggi, 18/11/2011, a pag.48, con il titolo " Dreyfus, il laboratorio dei nostri veleni " Gianni Riotta rilegge il caso Dreyfus, come viene raccontato nel libro appena uscito dall'editore Giuntina " L'affaire Dreyfus, la verità in cammino " curato da Massimo Sestili, una rilettura riflessa nell'attualità degli avvenimenti dell'Italia di oggi.
Ecco l'articolo:


Gianni Riotta Alfred Dreyfus
Provi il lettore a identificare data e ambiente delle righe che seguono, decida se descrivono l’Italia 2011, gli Stati Uniti di Obama, il populismo di sinistra in tv o sul Web, l’Europa della Bild Zeitung o l’America dei radio show del conservatore Limbaugh: «Abbiamo visto una stampa indecente riscaldarsi, intenta a battere moneta con nocive curiosità e corrompere l’opinione pubblica per vendere i denigranti articoli dei suoi scribacchini; quella stessa stampa che non trova più lettori quando la nazione è calma, sana e forte. Sono… i giornali che si prostituiscono e adescano i passanti con i loro titoli a caratteri cubitali con la promessa di orge... Abbiamo visto… i giornali popolari da un soldo che si rivolgono alla massa e ne formano l’opinione, stimolare passioni nefaste, condurre rabbiosamente una campagna settaria, uccidendo nel nostro caro popolo… ogni generosità, ogni desiderio di verità e di giustizia. Voglio credere alla loro buona fede. Ma che tristezza di fronte a questi cervelli di polemisti invecchiati, di agitatori folli, di patrioti meschini, che improvvisandosi trascinatori di uomini commettono il crimine peggiore, offuscando la coscienza pubblica e sviando un intero popolo! Questa impresa è tanto più spregevole quando è condotta da certi giornali con bassezza di mezzi e l’abitudine alla menzogna, alla diffamazione e alla delazione che rimarranno l’onta più grande della nostra epoca».
Avete scelto? È descrizione perfetta per l’Italia dove Berlusconi è santo o demonio, per gli Usa dove Obama è Superman o falsario di certificati di nascita? O magari leggete tra queste righe quel che attende il neopresidente Monti, spenti gli applausi, nelle accuse a «Goldman Sachs» dei fogli e siti ultras? Si tratta invece di un articolo dello scrittore francese Emile Zola, pubblicato sul quotidiano parigino Le Figaro il 5 dicembre 1897. Zola, autore fra il 1871 e il 1893 del ciclo di romanzi a sfondo sociale Rougon-Macquart , era allora impegnato nella campagna per la revisione del processo a carico del capitano d’artiglieria francese Alfred Dreyfus, condannato alla deportazione all’Isola del Diavolo, in Guyana, per alto tradimento. Dreyfus era stato accusato di aver fornito ai tedeschi dettagli sulle postazioni francesi: il colpevole era invece un suo commilitone indebitato al gioco, ma i comandi militari, i politici in cerca di consenso e la stampa a caccia di prebende decisero di dare in pasto all’opinione pubblica un innocente, per di più ebreo d’Alsazia, regione franco-tedesca.
Alla fine Dreyfus fu graziato, tornò nei ranghi e combatté nella prima guerra mondiale. Zola e il suo J’accuse , pubblicato sulla rivista L’Aurore il 13 gennaio 1898, diedero anima alla tradizione intellettuale europea di sfida al potere e alle sue verità. Per risolvere il caso, però, Dreyfus, malgrado i veri traditori fossero stati individuati e uno si suicidasse, dovette umiliarsi a chiedere la grazia, come un colpevole.
Il caso Dreyfus è dunque laboratorio perfetto per studiare come in una democrazia di massa il populismo dei mass media, il potere arrogante dell’intrigo, un’opinione pubblica pigra e rassegnata alla corruzione investano persone perbene, umiliandole, lordandole con calunnie, falsità, razzismo, bugie. Nell’era di Internet, quando lo studioso Cass Sustein vede diffondersi ovunque le Voci, gossip e false dicerie del suo saggio tradotto da Feltrinelli, e la filosofa Franca D’Agostini annota malinconica «il dogmatico si fa forza della propria e altrui ignoranza», ripubblicare le carte dell’ Affaire Dreyfus è quindi opportuno. Lo fa in Italia la casa editrice Giuntina, con il curatore Massimo Sestili a dare al lettore contesto storico e culturale, l’antisemitismo, i reazionari, le ipocrisie degli intellettuali, e lo scrittore Roberto Saviano a legare passato e presente, da Zola ad Anna Politkovskaja, da Dreyfus ai dissidenti siriani calunniati dal regime alawita di Assad. L’autore di Gomorra ripropone l’equilibrio e la passione di Zola per la verità, come antidoto «al livore» e «alla rassegnazione» correnti. Nelle pagine del libro, infatti, mai Zola cade nel tranello populista, accusare chi è persuaso della colpa di Dreyfus di essere complice dei registi del complotto, anzi si sforza di dialogare con tolleranza, rispettare i magistrati, non ridursi a polemiche volgari: «Non ho che una passione scrive -, quella della chiarezza, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto a essere felice».
La felicità della chiarezza e della verità di Zola, che Saviano rilancia, torna in gioco, come alla fine del XIX secolo. Purtroppo, da allora, gli intellettuali hanno perduto l’innocenza dello J’accuse! , in un secolo di campagne condotte con arcigno sussiego, ma spesso ipocrite e parziali: il silenzio sulle stragi di Stalin, il silenzio su quelle di Hitler quando si allea con Mosca, il silenzio sulla repressione in America Latina se turba Washington, da noi bugie e connivenze sul terrorismo e la batracomiomachia Pro-Silvio Anti-Silvio che acceca la riflessione sul vero stato del paese e sulla degenerazione faziosa di parte cospicua della pubblica opinione e della classe dirigente, oltre il totem Berlusconi. Il crucifige online contro gli innocenti, le calunnie in prima pagina e in prime time, il rassegnarsi a credere a una menzogna perché tanti ci credono, il demonizzare l’avversario, sono nostri veleni quotidiani. E in queste ore, forse, la lettura di questo libro può rivelarsi antidoto salutare per chi auspica un’Italia di nuovo «calma, sana e forte».
Sulla STAMPA di oggi, 18/11/2011, a pag.48, con il titolo " Dreyfus, il laboratorio dei nostri veleni " Gianni Riotta rilegge il caso Dreyfus, come viene raccontato nel libro appena uscito dall'editore Giuntina " L'affaire Dreyfus, la verità in cammino " curato da Massimo Sestili, una rilettura riflessa nell'attualità degli avvenimenti dell'Italia di oggi.
Ecco l'articolo:
Gianni Riotta Alfred Dreyfus
Provi il lettore a identificare data e ambiente delle righe che seguono, decida se descrivono l’Italia 2011, gli Stati Uniti di Obama, il populismo di sinistra in tv o sul Web, l’Europa della Bild Zeitung o l’America dei radio show del conservatore Limbaugh: «Abbiamo visto una stampa indecente riscaldarsi, intenta a battere moneta con nocive curiosità e corrompere l’opinione pubblica per vendere i denigranti articoli dei suoi scribacchini; quella stessa stampa che non trova più lettori quando la nazione è calma, sana e forte. Sono… i giornali che si prostituiscono e adescano i passanti con i loro titoli a caratteri cubitali con la promessa di orge... Abbiamo visto… i giornali popolari da un soldo che si rivolgono alla massa e ne formano l’opinione, stimolare passioni nefaste, condurre rabbiosamente una campagna settaria, uccidendo nel nostro caro popolo… ogni generosità, ogni desiderio di verità e di giustizia. Voglio credere alla loro buona fede. Ma che tristezza di fronte a questi cervelli di polemisti invecchiati, di agitatori folli, di patrioti meschini, che improvvisandosi trascinatori di uomini commettono il crimine peggiore, offuscando la coscienza pubblica e sviando un intero popolo! Questa impresa è tanto più spregevole quando è condotta da certi giornali con bassezza di mezzi e l’abitudine alla menzogna, alla diffamazione e alla delazione che rimarranno l’onta più grande della nostra epoca».
Avete scelto? È descrizione perfetta per l’Italia dove Berlusconi è santo o demonio, per gli Usa dove Obama è Superman o falsario di certificati di nascita? O magari leggete tra queste righe quel che attende il neopresidente Monti, spenti gli applausi, nelle accuse a «Goldman Sachs» dei fogli e siti ultras? Si tratta invece di un articolo dello scrittore francese Emile Zola, pubblicato sul quotidiano parigino Le Figaro il 5 dicembre 1897. Zola, autore fra il 1871 e il 1893 del ciclo di romanzi a sfondo sociale Rougon-Macquart , era allora impegnato nella campagna per la revisione del processo a carico del capitano d’artiglieria francese Alfred Dreyfus, condannato alla deportazione all’Isola del Diavolo, in Guyana, per alto tradimento. Dreyfus era stato accusato di aver fornito ai tedeschi dettagli sulle postazioni francesi: il colpevole era invece un suo commilitone indebitato al gioco, ma i comandi militari, i politici in cerca di consenso e la stampa a caccia di prebende decisero di dare in pasto all’opinione pubblica un innocente, per di più ebreo d’Alsazia, regione franco-tedesca.
Alla fine Dreyfus fu graziato, tornò nei ranghi e combatté nella prima guerra mondiale. Zola e il suo J’accuse , pubblicato sulla rivista L’Aurore il 13 gennaio 1898, diedero anima alla tradizione intellettuale europea di sfida al potere e alle sue verità. Per risolvere il caso, però, Dreyfus, malgrado i veri traditori fossero stati individuati e uno si suicidasse, dovette umiliarsi a chiedere la grazia, come un colpevole.
Il caso Dreyfus è dunque laboratorio perfetto per studiare come in una democrazia di massa il populismo dei mass media, il potere arrogante dell’intrigo, un’opinione pubblica pigra e rassegnata alla corruzione investano persone perbene, umiliandole, lordandole con calunnie, falsità, razzismo, bugie. Nell’era di Internet, quando lo studioso Cass Sustein vede diffondersi ovunque le Voci, gossip e false dicerie del suo saggio tradotto da Feltrinelli, e la filosofa Franca D’Agostini annota malinconica «il dogmatico si fa forza della propria e altrui ignoranza», ripubblicare le carte dell’ Affaire Dreyfus è quindi opportuno. Lo fa in Italia la casa editrice Giuntina, con il curatore Massimo Sestili a dare al lettore contesto storico e culturale, l’antisemitismo, i reazionari, le ipocrisie degli intellettuali, e lo scrittore Roberto Saviano a legare passato e presente, da Zola ad Anna Politkovskaja, da Dreyfus ai dissidenti siriani calunniati dal regime alawita di Assad. L’autore di Gomorra ripropone l’equilibrio e la passione di Zola per la verità, come antidoto «al livore» e «alla rassegnazione» correnti. Nelle pagine del libro, infatti, mai Zola cade nel tranello populista, accusare chi è persuaso della colpa di Dreyfus di essere complice dei registi del complotto, anzi si sforza di dialogare con tolleranza, rispettare i magistrati, non ridursi a polemiche volgari: «Non ho che una passione scrive -, quella della chiarezza, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto a essere felice».
La felicità della chiarezza e della verità di Zola, che Saviano rilancia, torna in gioco, come alla fine del XIX secolo. Purtroppo, da allora, gli intellettuali hanno perduto l’innocenza dello J’accuse! , in un secolo di campagne condotte con arcigno sussiego, ma spesso ipocrite e parziali: il silenzio sulle stragi di Stalin, il silenzio su quelle di Hitler quando si allea con Mosca, il silenzio sulla repressione in America Latina se turba Washington, da noi bugie e connivenze sul terrorismo e la batracomiomachia Pro-Silvio Anti-Silvio che acceca la riflessione sul vero stato del paese e sulla degenerazione faziosa di parte cospicua della pubblica opinione e della classe dirigente, oltre il totem Berlusconi. Il crucifige online contro gli innocenti, le calunnie in prima pagina e in prime time, il rassegnarsi a credere a una menzogna perché tanti ci credono, il demonizzare l’avversario, sono nostri veleni quotidiani. E in queste ore, forse, la lettura di questo libro può rivelarsi antidoto salutare per chi auspica un’Italia di nuovo «calma, sana e forte».
Avanza nell’Unione Europea l’anti-semitismo: Il caso della Grecia
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=42320
di Manfred Gerstenfeld (traduzione di Angelo Pezzana)
Giorgios Karatzaferis Manfred Gerstenfeld
Con l’ingresso nel Parlamento greco del Partito Laos ( Popular Orthodox Rally) l’anti-semitismo – e altre criminali posizioni politiche – ottengono nell’Unione Europea sempre maggiore legittimazione. Il suo leader, Giorgios Karatzaferis, ha promosso la diffusione di molti stereotipi contro gli ebrei. Nel 2001, quando era ancora un parlamentare del Partito Nuova Democrazia, aveva rivolto una interrogazione al Ministro degli Esteri, affinché spiegasse come mai durante gli attacchi dell’ 11 settembre non vi erano stati ebrei fra le vittime. Fra l’altro ha anche affermato che “ il sangue degli ebrei puzza “ (1).
Durante la guerra di Gaza del 2008/2009, aveva paragonato le forze di difesa israeliane a Hitler. Secondo quanto pubblicato dal quotidiano Frankurter Allgemeine Zeitung, Karatzaferis è l’editore della traduzione greca dei Protocolli dei Savi di Sion. Anche il Ministro dei Trasporti Makis Voridis (Laos) ha un passato fascista, così come il vice Ministro allo Sviluppo Adonis Georgiadis, che ha diffuso “Gli ebrei e la verità”, di Kostas Plevris, uno dei libri più anti-semiti stampati in Europa negli ultimi anni.
Il Partito Laos è molto radicato nel mondo greco ortodosso. Quando nel 2004 Karatzaferis fu eletto al Parlamento Europeo, l’allora capo della Chiesa ortodossa, Arcivescovo Christodoulos, gli scrisse una affettuosa lettera di congratulazioni con queste parole “ Sono certo che grazie alla vostra esperienza, intuito e sapienza… saprete portare alla più vasta famiglia europea gli alti valori intellettuali che appartengono al vostro spirito cristiano e greco “ (2).
Anche prima ci sono stati partiti anti-semiti e razzisti nei governi dei paesi dell’Unione Europea. La “Lega polacca della Famiglia” ha fatto parte del governo polacco e il suo leader, Roman Giertych, è stato vice Primo Ministro e Ministro dell’Educazione dal 2006 al 2007 (3).
Nel 2000, L’Unione Europea reagiva ancora nei confronti di ministri razzisti. Quando il Partito di estrema destra FDP di Jorg Haider entrò a far parte del governo austriaco, l’Unione Europea emise alcune sanzioni contro l’Austria, che però ebbero poca efficacia e furono annullate sette mesi più tardi (4). Sanzioni che, se emesse oggi, sarebbero giudicate ridicole.
Per sopravvivere alla crisi finanziaria, i leader dell’Unione Europea sono pronti a fare qualunque compromesso. Tutti sappiamo che vi sono molti partiti razzisti e anti-semiti in molti paesi europei, anche se non fanno parte (non ancora?) del governo (5). Il più forte – in percentuale di voti – è l’ungherese Jobbik, apertamente anti-semita e anti-rom, che ha avuto il 17% dei voti nelle elezioni nazionali del 2010. La sua popolarità e i suoi legami con organizzazioni paramilitari rappresentano un caso unico in Europa.
In Germania è stato uno shock quando nei giorni scorsi si è saputo che un piccolo gruppo neo-nazista ha assassinato turchi di nazionalità tedesca e altri negli anni passati senza mai essere stati scoperti. Oggi sono in molti a chiedere che venga dichiarato fuorilegge il partito di estrema destra NPD.
L’Anti-semitismo è molto diffuso in Europa. Un rapporto, approvato da una Commissione governativa di esperti, pubblicato alcuni giorni fa, ha rivelato che il 20% dei tedeschi esprime un giudizio fortemente contrario agli ebrei (6).
Il mese scorso, una Commissione parlamentare italiana ha comunicato che il 44% degli italiani esprime pregiudizi o ha un’opinione ostile verso gli ebrei. Fiamma Nirenstein, presidente della Commissione, ha dichiarato “ è stato uno shock per tutti sapere quanto anti-semitismo esiste oggi in Italia e in Europa “ (7). L’antico stereotipo anti-semita della 'brama di sangue' degli ebrei si è diffusa sulla percezione che gli europei hanno di Israele.
Uno studio recente, condotto dalla Università di Bielefeld per conto della Fondazione Friedrich Ebert, lo dimostra.
Ne risulta che il 63% dei polacchi ritiene che Israele stia conducendo una guerra di sterminio contro i palestinesi. I numeri meno significativi riguardano gli italiani e gli olandesi, rispettivamente al 38% e al 39%.
La stessa opinione è diffusa in Ungheria, Gran Bretagna, Germania e Portogallo, che sono tra il 40% e il 50% (8). Questa ventata di anti-semitismo non è, evidentemente, presente a tutti i livelli, ma è radicata, e si sviluppa in parte a causa delle posizioni anti-Israele ai livelli alti dell’Unione Europea.
Vi sono molte risoluzioni che esprimono anti-semitismo e doppi standard contro Israele - che fanno parte delle definizioni ufficiali della UE – espresse dai commissari, alti dirigenti, così come Ministri e portavoce dei governi europei. Un’altra tecnica diffamatoria è l’equivalenza morale che mette sullo stesso livello Israele e Hamas.
L’ingresso del Partito Laos nel governo greco non è legato soltanto alla crisi economica del paese, fa parte della crescita dell’anti-semitismo e di altre ideologie criminali nella sfera pubblica europea. I problemi economici dell’Europa contribuiscono a creare una atmosfera favorevole all’aumento degli odiatori. Per questo il fenomeno va monitorato senza interruzione.
[1]) Simon Wiesenthal Center, “Investigate Member States that Violate Organization’s Provisions on anti-Semtisim, 28 January 2010.
2) Greek Helsinki Monitor, “Greece’s Archbishop congratulates and praises George Karatzaferis,” Press release, 27 June 2004
3) Robert Wistrich, A Lethal Obsession, (New York: Random House, 2011), 197, 200.
4) Michael Leidig, “Haider derides EU over sanctions,” Telegraph, 14 September 2000.
5) Lázsló Molnár, “Anti-Semitism in Hungary,” Post Holocaust and anti-Semitism 104, 1 November 2010.
6) “Report shows anti-Semitism is strong in Germany,” JTA,13 November 2011. 7) Benjamin Weinthal, “44% of Italians have negative view of Jews,” Jerusalem Post, 25 October 2011.
8) library.fes.de/pdf-files/do/07908-20110311.pdf
Manfred Gerstenfeld è Presidente del Consiglio di Amministrazione del Jerusalem Center for Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta.
di Manfred Gerstenfeld (traduzione di Angelo Pezzana)
Giorgios Karatzaferis Manfred Gerstenfeld
Con l’ingresso nel Parlamento greco del Partito Laos ( Popular Orthodox Rally) l’anti-semitismo – e altre criminali posizioni politiche – ottengono nell’Unione Europea sempre maggiore legittimazione. Il suo leader, Giorgios Karatzaferis, ha promosso la diffusione di molti stereotipi contro gli ebrei. Nel 2001, quando era ancora un parlamentare del Partito Nuova Democrazia, aveva rivolto una interrogazione al Ministro degli Esteri, affinché spiegasse come mai durante gli attacchi dell’ 11 settembre non vi erano stati ebrei fra le vittime. Fra l’altro ha anche affermato che “ il sangue degli ebrei puzza “ (1).
Durante la guerra di Gaza del 2008/2009, aveva paragonato le forze di difesa israeliane a Hitler. Secondo quanto pubblicato dal quotidiano Frankurter Allgemeine Zeitung, Karatzaferis è l’editore della traduzione greca dei Protocolli dei Savi di Sion. Anche il Ministro dei Trasporti Makis Voridis (Laos) ha un passato fascista, così come il vice Ministro allo Sviluppo Adonis Georgiadis, che ha diffuso “Gli ebrei e la verità”, di Kostas Plevris, uno dei libri più anti-semiti stampati in Europa negli ultimi anni.
Il Partito Laos è molto radicato nel mondo greco ortodosso. Quando nel 2004 Karatzaferis fu eletto al Parlamento Europeo, l’allora capo della Chiesa ortodossa, Arcivescovo Christodoulos, gli scrisse una affettuosa lettera di congratulazioni con queste parole “ Sono certo che grazie alla vostra esperienza, intuito e sapienza… saprete portare alla più vasta famiglia europea gli alti valori intellettuali che appartengono al vostro spirito cristiano e greco “ (2).
Anche prima ci sono stati partiti anti-semiti e razzisti nei governi dei paesi dell’Unione Europea. La “Lega polacca della Famiglia” ha fatto parte del governo polacco e il suo leader, Roman Giertych, è stato vice Primo Ministro e Ministro dell’Educazione dal 2006 al 2007 (3).
Nel 2000, L’Unione Europea reagiva ancora nei confronti di ministri razzisti. Quando il Partito di estrema destra FDP di Jorg Haider entrò a far parte del governo austriaco, l’Unione Europea emise alcune sanzioni contro l’Austria, che però ebbero poca efficacia e furono annullate sette mesi più tardi (4). Sanzioni che, se emesse oggi, sarebbero giudicate ridicole.
Per sopravvivere alla crisi finanziaria, i leader dell’Unione Europea sono pronti a fare qualunque compromesso. Tutti sappiamo che vi sono molti partiti razzisti e anti-semiti in molti paesi europei, anche se non fanno parte (non ancora?) del governo (5). Il più forte – in percentuale di voti – è l’ungherese Jobbik, apertamente anti-semita e anti-rom, che ha avuto il 17% dei voti nelle elezioni nazionali del 2010. La sua popolarità e i suoi legami con organizzazioni paramilitari rappresentano un caso unico in Europa.
In Germania è stato uno shock quando nei giorni scorsi si è saputo che un piccolo gruppo neo-nazista ha assassinato turchi di nazionalità tedesca e altri negli anni passati senza mai essere stati scoperti. Oggi sono in molti a chiedere che venga dichiarato fuorilegge il partito di estrema destra NPD.
L’Anti-semitismo è molto diffuso in Europa. Un rapporto, approvato da una Commissione governativa di esperti, pubblicato alcuni giorni fa, ha rivelato che il 20% dei tedeschi esprime un giudizio fortemente contrario agli ebrei (6).
Il mese scorso, una Commissione parlamentare italiana ha comunicato che il 44% degli italiani esprime pregiudizi o ha un’opinione ostile verso gli ebrei. Fiamma Nirenstein, presidente della Commissione, ha dichiarato “ è stato uno shock per tutti sapere quanto anti-semitismo esiste oggi in Italia e in Europa “ (7). L’antico stereotipo anti-semita della 'brama di sangue' degli ebrei si è diffusa sulla percezione che gli europei hanno di Israele.
Uno studio recente, condotto dalla Università di Bielefeld per conto della Fondazione Friedrich Ebert, lo dimostra.
Ne risulta che il 63% dei polacchi ritiene che Israele stia conducendo una guerra di sterminio contro i palestinesi. I numeri meno significativi riguardano gli italiani e gli olandesi, rispettivamente al 38% e al 39%.
La stessa opinione è diffusa in Ungheria, Gran Bretagna, Germania e Portogallo, che sono tra il 40% e il 50% (8). Questa ventata di anti-semitismo non è, evidentemente, presente a tutti i livelli, ma è radicata, e si sviluppa in parte a causa delle posizioni anti-Israele ai livelli alti dell’Unione Europea.
Vi sono molte risoluzioni che esprimono anti-semitismo e doppi standard contro Israele - che fanno parte delle definizioni ufficiali della UE – espresse dai commissari, alti dirigenti, così come Ministri e portavoce dei governi europei. Un’altra tecnica diffamatoria è l’equivalenza morale che mette sullo stesso livello Israele e Hamas.
L’ingresso del Partito Laos nel governo greco non è legato soltanto alla crisi economica del paese, fa parte della crescita dell’anti-semitismo e di altre ideologie criminali nella sfera pubblica europea. I problemi economici dell’Europa contribuiscono a creare una atmosfera favorevole all’aumento degli odiatori. Per questo il fenomeno va monitorato senza interruzione.
[1]) Simon Wiesenthal Center, “Investigate Member States that Violate Organization’s Provisions on anti-Semtisim, 28 January 2010.
2) Greek Helsinki Monitor, “Greece’s Archbishop congratulates and praises George Karatzaferis,” Press release, 27 June 2004
3) Robert Wistrich, A Lethal Obsession, (New York: Random House, 2011), 197, 200.
4) Michael Leidig, “Haider derides EU over sanctions,” Telegraph, 14 September 2000.
5) Lázsló Molnár, “Anti-Semitism in Hungary,” Post Holocaust and anti-Semitism 104, 1 November 2010.
6) “Report shows anti-Semitism is strong in Germany,” JTA,13 November 2011. 7) Benjamin Weinthal, “44% of Italians have negative view of Jews,” Jerusalem Post, 25 October 2011.
8) library.fes.de/pdf-files/do/07908-20110311.pdf
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