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giovedì 3 novembre 2011
Unesco: commenti dagli Usa di Piera Prister, Maurizio Molinari Obama taglia i fondi, ma questo risultato è la conseguenza della sua politica
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=42064
Informazione Corretta-ONU e UNESCO: la politica di Obama tutta inchini ed aperture mette a repentaglio la sicurezza di Israele
di Piera Prister

Oggi 31 ottobre 2011 la Palestina e’ entrata a far parte dell’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura: favorevoli 107 paesi, contrari 14, astenuti 52. La Francia a sorpresa ha votato a favore, e cosi’ Spagna, Grecia, Austria, Belgio, Lussemburgo, Russia… L’Italia non ha votato contro, ma si e’ astenuta. Proprio ora le parole di Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato americano risuonano alle radio e alle televisioni: REGRETTABLE, PREMATURE AND UNDERMINE OUR SHARED GOAL TO A COMPREHENSIVE JUST AND LASTING PEACE IN THE MIDDLE EAST. (l’ammissione della Palestina e’ deplorevole, prematura, e mina il nostro comune allargato obiettivo per una pace giusta e duratura nel Medio Oriente) .
E noi aggiungiamo che l’ UNESCO e’ un foro di propaganda anti-israeliana e che Abu Mazen, presidente portavoce della PA e degno erede di Arafat, non e’ credibile perche’ e’ un antisemita e un negazionista della Shoah. Cosi’ la Palestina, e’ entrata a far parte di un’agenzia dell’Onu proprio mentre quei terroristi palestinesi cosi’ amanti della pace, che vengono chiamati dal Corriere con la parola “combattenti”, il 29 ottobre 2011, hanno di nuovo lanciato da Gaza missili assassini contro civili in Israele, con un morto e molti feriti, in una guerra di terrore cui e’ sottoposta senza tregua la nazione ebraica, con la complicita’ della disinformazione e delle carte truccate dei media, a cui ricorre anche il nostro Corriere della Sera con i suoi giochetti linguistici, dietro cui c’e’ un uso distorto della semantica dell’eufemismo che serve per disinformare e ingannare i lettori. Quello che e’ avvenuto oggi all’UNESCO e’ il risultato della politica anti-israeliana del presidente Obama che ha intimato ad Israele di ritornare ai confini del ’67, con Gerusalemme divisa in due capitali, ignorando totalmente che Hamas ed Hezbollah bracci armati dell’Iran mirano alla sua distruzione e che ci sono due fazioni palestinesi nemiche, Fatah e Hamas.
E’ notorio ormai, che sin dall’inizio della sua presidenza il presidente Obama e’ tutto inchini ed overtures verso i nemici di Israele, dimentico delle sue promesse -da marinaio- quando candidato presidenziale alla Casa Bianca ando’ in visita in Israele a raccattare voti, e dichiaro’ che si immedesimava negli Israeliani sottoposti al bombardamento di migliaia di missili e che egli stesso non avrebbe tollerato di far vivere le sue due figliole, Sacha e Malia in una casa esposta a tale rischio. Inoltre nel suo recente discorso commemorativo a Ground Zero, lo smemorato Obama non ha citato Israele fra le nazioni colpite dal terrorismo. Un’ omissione grave e voluta, “ma Israele non dimentica e non perdona”! (Shimon Peres). Se oggi la Palestina e’ entrata a far parte dell’Unesco lo dobbiamo anche alla irresponsabilita’ di Obama. Ma qui negli Stati Uniti c’e una grande maggioranza di cittadini a favore di Israele e c’e’ un Congresso filo-israeliano risoluto a far sentire la sua voce. Proprio nel passato mese di settembre, i candidati presidenziali repubblicani alla Casa Bianca come Rick Perry e Mitt Romney, intellettuali e uomini di cultura hanno fatto quadrato intorno allo stato ebraico per difenderlo; e John Bolton, ex ambasciatore americano all’ONU – che nell’anno corrente e’ stato insignito a N.Y. insieme a Fiamma Nirenstein e Jose’ Aznar del premio internazionale “Amici di Israele”- ha chiamato a raccolta nel Campus di Touro College, tutti i difensori d’Israele, dichiarando che bisognava tagliare i fondi all’ONU. Di conseguenza il Congresso Americano -la cui House of Representatives e’ solo da un anno a maggioranza repubblicana- in seguito ad una decisione dello scorso 5 ottobre 2011, ha congelato fondi per 200 milioni stanziati per lo sviluppo di infrastrutture a Gaza, per dissuadere il truffaldino Abu Mazen, alias Mahmoud Abbas dal cercare il riconoscimento di uno autoproclamato stato palestinese, da parte dei membri delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro. Anzi la Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti del Congresso oltre a bloccare 200 millioni di dollari nell’assistenza economica a Gaza ( the Republican-led Committee in the House, House of Foreign Affairs Committee, put a hold on $200 million in economic assistance) sta indagando anche sull’uso che le autorita’ palestinesi fanno del denaro assegnato loro. Ma cio’ non ha dissuaso il presidente Abu Mazen dall’indirizzare il suo discorso ai membri del Consiglio dell’ONU e a procedere nel sottoporre la sua richiesta anche al Consiglio di Sicurezza; e malgrado cio’, oggi, 31 ottobre a Parigi, l’infaticabile faccendiere ha appena chiesto ai 198 membri dell’Unesco la membership per la Palestina, che in base allo scrutinio dei voti, a maggioranza ne e’ entrata a far parte. Gli Stati Uniti hanno votato contro, ma troppo tardi, quando la politica filoaraba di Obama che non ha mai nascosto la sua mala disposizione verso Israele, sta producendo i suoi frutti avvelenati. Il congelamento corrente di 200 milioni di dollari da parte del Congresso e’ propedeutico ad un altro imminente di 358 milioni di dollari, destinati ai Palestinesi della West Bank (Cisgiordania) e Gaza.
Dal 1994 i Palestinesi hanno ricevuto 3.3 miliardi di dollari in aiuti dagli Stati Uniti per la loro crescita economica, istruzione, infrastrutture, strade scuole e acqua potabile. Il Congresso Americano aveva anche gia’minacciato l’UNESCO che avrebbe ritirato tutti gli aiuti che gli Stati Uniti devolvono ai paesi membri se si fossero fatti complici di Abu Mazen nel votare a maggioranza per l’ammissione della Palestina, come poi e’ avvenuto oggi. Correntemente l’Unesco riceve il 22% dei suoi fondi dagli Stati Uniti. E’ chiaro che il Congresso Americano sia ormai deciso con la sua determinazione, a tagliare tutti i fondi e aiuti alla Palestina –to cut off all funding- anche perche’ Abu Mazen, ringalluzzitosi per il suo successo odierno si ostinera’ a procedere in solitaria senza considerare le ragioni di Israele a cui non riconosce nemmeno il diritto all’esistenza.
Piera Prister Bracaglia Morante
La Stampa-Maurizio Molinari: " La risposta americana, stop ai finanziamenti"

Informazione Corretta-ONU e UNESCO: la politica di Obama tutta inchini ed aperture mette a repentaglio la sicurezza di Israele
di Piera Prister
Oggi 31 ottobre 2011 la Palestina e’ entrata a far parte dell’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura: favorevoli 107 paesi, contrari 14, astenuti 52. La Francia a sorpresa ha votato a favore, e cosi’ Spagna, Grecia, Austria, Belgio, Lussemburgo, Russia… L’Italia non ha votato contro, ma si e’ astenuta. Proprio ora le parole di Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato americano risuonano alle radio e alle televisioni: REGRETTABLE, PREMATURE AND UNDERMINE OUR SHARED GOAL TO A COMPREHENSIVE JUST AND LASTING PEACE IN THE MIDDLE EAST. (l’ammissione della Palestina e’ deplorevole, prematura, e mina il nostro comune allargato obiettivo per una pace giusta e duratura nel Medio Oriente) .
E noi aggiungiamo che l’ UNESCO e’ un foro di propaganda anti-israeliana e che Abu Mazen, presidente portavoce della PA e degno erede di Arafat, non e’ credibile perche’ e’ un antisemita e un negazionista della Shoah. Cosi’ la Palestina, e’ entrata a far parte di un’agenzia dell’Onu proprio mentre quei terroristi palestinesi cosi’ amanti della pace, che vengono chiamati dal Corriere con la parola “combattenti”, il 29 ottobre 2011, hanno di nuovo lanciato da Gaza missili assassini contro civili in Israele, con un morto e molti feriti, in una guerra di terrore cui e’ sottoposta senza tregua la nazione ebraica, con la complicita’ della disinformazione e delle carte truccate dei media, a cui ricorre anche il nostro Corriere della Sera con i suoi giochetti linguistici, dietro cui c’e’ un uso distorto della semantica dell’eufemismo che serve per disinformare e ingannare i lettori. Quello che e’ avvenuto oggi all’UNESCO e’ il risultato della politica anti-israeliana del presidente Obama che ha intimato ad Israele di ritornare ai confini del ’67, con Gerusalemme divisa in due capitali, ignorando totalmente che Hamas ed Hezbollah bracci armati dell’Iran mirano alla sua distruzione e che ci sono due fazioni palestinesi nemiche, Fatah e Hamas.
E’ notorio ormai, che sin dall’inizio della sua presidenza il presidente Obama e’ tutto inchini ed overtures verso i nemici di Israele, dimentico delle sue promesse -da marinaio- quando candidato presidenziale alla Casa Bianca ando’ in visita in Israele a raccattare voti, e dichiaro’ che si immedesimava negli Israeliani sottoposti al bombardamento di migliaia di missili e che egli stesso non avrebbe tollerato di far vivere le sue due figliole, Sacha e Malia in una casa esposta a tale rischio. Inoltre nel suo recente discorso commemorativo a Ground Zero, lo smemorato Obama non ha citato Israele fra le nazioni colpite dal terrorismo. Un’ omissione grave e voluta, “ma Israele non dimentica e non perdona”! (Shimon Peres). Se oggi la Palestina e’ entrata a far parte dell’Unesco lo dobbiamo anche alla irresponsabilita’ di Obama. Ma qui negli Stati Uniti c’e una grande maggioranza di cittadini a favore di Israele e c’e’ un Congresso filo-israeliano risoluto a far sentire la sua voce. Proprio nel passato mese di settembre, i candidati presidenziali repubblicani alla Casa Bianca come Rick Perry e Mitt Romney, intellettuali e uomini di cultura hanno fatto quadrato intorno allo stato ebraico per difenderlo; e John Bolton, ex ambasciatore americano all’ONU – che nell’anno corrente e’ stato insignito a N.Y. insieme a Fiamma Nirenstein e Jose’ Aznar del premio internazionale “Amici di Israele”- ha chiamato a raccolta nel Campus di Touro College, tutti i difensori d’Israele, dichiarando che bisognava tagliare i fondi all’ONU. Di conseguenza il Congresso Americano -la cui House of Representatives e’ solo da un anno a maggioranza repubblicana- in seguito ad una decisione dello scorso 5 ottobre 2011, ha congelato fondi per 200 milioni stanziati per lo sviluppo di infrastrutture a Gaza, per dissuadere il truffaldino Abu Mazen, alias Mahmoud Abbas dal cercare il riconoscimento di uno autoproclamato stato palestinese, da parte dei membri delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro. Anzi la Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti del Congresso oltre a bloccare 200 millioni di dollari nell’assistenza economica a Gaza ( the Republican-led Committee in the House, House of Foreign Affairs Committee, put a hold on $200 million in economic assistance) sta indagando anche sull’uso che le autorita’ palestinesi fanno del denaro assegnato loro. Ma cio’ non ha dissuaso il presidente Abu Mazen dall’indirizzare il suo discorso ai membri del Consiglio dell’ONU e a procedere nel sottoporre la sua richiesta anche al Consiglio di Sicurezza; e malgrado cio’, oggi, 31 ottobre a Parigi, l’infaticabile faccendiere ha appena chiesto ai 198 membri dell’Unesco la membership per la Palestina, che in base allo scrutinio dei voti, a maggioranza ne e’ entrata a far parte. Gli Stati Uniti hanno votato contro, ma troppo tardi, quando la politica filoaraba di Obama che non ha mai nascosto la sua mala disposizione verso Israele, sta producendo i suoi frutti avvelenati. Il congelamento corrente di 200 milioni di dollari da parte del Congresso e’ propedeutico ad un altro imminente di 358 milioni di dollari, destinati ai Palestinesi della West Bank (Cisgiordania) e Gaza.
Dal 1994 i Palestinesi hanno ricevuto 3.3 miliardi di dollari in aiuti dagli Stati Uniti per la loro crescita economica, istruzione, infrastrutture, strade scuole e acqua potabile. Il Congresso Americano aveva anche gia’minacciato l’UNESCO che avrebbe ritirato tutti gli aiuti che gli Stati Uniti devolvono ai paesi membri se si fossero fatti complici di Abu Mazen nel votare a maggioranza per l’ammissione della Palestina, come poi e’ avvenuto oggi. Correntemente l’Unesco riceve il 22% dei suoi fondi dagli Stati Uniti. E’ chiaro che il Congresso Americano sia ormai deciso con la sua determinazione, a tagliare tutti i fondi e aiuti alla Palestina –to cut off all funding- anche perche’ Abu Mazen, ringalluzzitosi per il suo successo odierno si ostinera’ a procedere in solitaria senza considerare le ragioni di Israele a cui non riconosce nemmeno il diritto all’esistenza.
Piera Prister Bracaglia Morante
La Stampa-Maurizio Molinari: " La risposta americana, stop ai finanziamenti"
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
L’ amministrazione Obama condanna come «controproducente» la decisione dell’Unesco di accettare l’adesione a pieno titolo dei palestinesi e reagisce tagliandole da subito i finanziamenti. È Jay Carney, portavoce del presidente Barack Obama, a definire «riprovevole» e «prematuro» il voto con cui l’Unesco ha accettato fra i suoi membri lo «Stato di Palestina», spiegando che si tratta di una decisione che «indebolisce il raggiungimento dell’obiettivo condiviso dalla comunità internazionale di una pace giusta, lunga e duratura fra Israele e palestinesi» sulla base degli accordi di pace di Oslo del 1993.
Per scongiurare il via libera dell’Unesco la diplomazia Usa, assieme ad altri Paesi europei e ad Israele, aveva tentato di impedire il raggiungimento del quorum ma la doccia fredda del risultato è arrivata a Washington mentre il presidente Barack Obama stava ricevendo nello Studio Ovale l’ex premier britannico Tony Blair, inviato per il Medio Oriente del Quartetto (Usa, Onu, Russia e Ue). Il timore della Casa Bianca è che «adesso la ripresa del negoziato in Medio Oriente diventi assai più difficile» anche perché l’Autorità nazionale palestinese (Anp) appare ora intenzionata ad ottenere simili riconoscimenti da parte di altri organismi dell’Onu - dall’Agenzia atomica all’Organizzazione mondiale della Sanità fino alla Conferenza sul Commercio - in una sorta di campagnainternazionale destinata a spingere il Consiglio di Sicurezza ad accettare la richiesta di adesione entro fine anno.
La prima contromossa degli Stati Uniti è arrivata dal Dipartimento di Stato, dove la portavoce Victoria Nuland ha fatto sapere che «sulla base delle leggi approvate dal Congresso vengono bloccati da subito i fondi all’Unesco» a cominciare dal versamento di 60 milioni di dollari previsto in novembre. Finora gli Stati Uniti hanno garantito la copertura del 22 per cento del bilancio dell’Unesco e ciò significa che dovranno essere interrotti numerosi programmi ma si tratta di una «scelta inevitabile», come ha spiegato Nuland, in forza delle leggi approvate nel 1990 e nel 1994 promulgate dai presidenti George Bush padre e da Bill Clinton - che impediscono il finanziamento a organismi internazionali che assegnano un pieno riconoscimento ai palestinesi prima del raggiungimento di un accordo di pace con Israele. Gli Stati Uniti resteranno tuttavia dentro l’Unesco «per tutelare i propri interessi».
La repubblicana Ileana Ros-Lehtinen, presidente della commissione Esteri alla Camera, ha definito il voto dell’Unesco «contrario a Israele e contrario alla pace» lasciando intendere che il Congresso di Washington potrebbe reagire votando ulteriori tagli all’elargizione di fondi americani alle Nazioni Unite «visto che l’offensiva dei palestinesi è destinata a durare nel tempo». Fra le ipotesi prese in considerazione c’è il blocco totale dei fondi all’Autorità nazionale palestinese - che riceve 600 milioni di dollari l’anno e la diminuzione degli aiuti militari ai Paesi che all’Onu voteranno a favore della piena adesione dei palestinesi.
L’ amministrazione Obama condanna come «controproducente» la decisione dell’Unesco di accettare l’adesione a pieno titolo dei palestinesi e reagisce tagliandole da subito i finanziamenti. È Jay Carney, portavoce del presidente Barack Obama, a definire «riprovevole» e «prematuro» il voto con cui l’Unesco ha accettato fra i suoi membri lo «Stato di Palestina», spiegando che si tratta di una decisione che «indebolisce il raggiungimento dell’obiettivo condiviso dalla comunità internazionale di una pace giusta, lunga e duratura fra Israele e palestinesi» sulla base degli accordi di pace di Oslo del 1993.
Per scongiurare il via libera dell’Unesco la diplomazia Usa, assieme ad altri Paesi europei e ad Israele, aveva tentato di impedire il raggiungimento del quorum ma la doccia fredda del risultato è arrivata a Washington mentre il presidente Barack Obama stava ricevendo nello Studio Ovale l’ex premier britannico Tony Blair, inviato per il Medio Oriente del Quartetto (Usa, Onu, Russia e Ue). Il timore della Casa Bianca è che «adesso la ripresa del negoziato in Medio Oriente diventi assai più difficile» anche perché l’Autorità nazionale palestinese (Anp) appare ora intenzionata ad ottenere simili riconoscimenti da parte di altri organismi dell’Onu - dall’Agenzia atomica all’Organizzazione mondiale della Sanità fino alla Conferenza sul Commercio - in una sorta di campagnainternazionale destinata a spingere il Consiglio di Sicurezza ad accettare la richiesta di adesione entro fine anno.
La prima contromossa degli Stati Uniti è arrivata dal Dipartimento di Stato, dove la portavoce Victoria Nuland ha fatto sapere che «sulla base delle leggi approvate dal Congresso vengono bloccati da subito i fondi all’Unesco» a cominciare dal versamento di 60 milioni di dollari previsto in novembre. Finora gli Stati Uniti hanno garantito la copertura del 22 per cento del bilancio dell’Unesco e ciò significa che dovranno essere interrotti numerosi programmi ma si tratta di una «scelta inevitabile», come ha spiegato Nuland, in forza delle leggi approvate nel 1990 e nel 1994 promulgate dai presidenti George Bush padre e da Bill Clinton - che impediscono il finanziamento a organismi internazionali che assegnano un pieno riconoscimento ai palestinesi prima del raggiungimento di un accordo di pace con Israele. Gli Stati Uniti resteranno tuttavia dentro l’Unesco «per tutelare i propri interessi».
La repubblicana Ileana Ros-Lehtinen, presidente della commissione Esteri alla Camera, ha definito il voto dell’Unesco «contrario a Israele e contrario alla pace» lasciando intendere che il Congresso di Washington potrebbe reagire votando ulteriori tagli all’elargizione di fondi americani alle Nazioni Unite «visto che l’offensiva dei palestinesi è destinata a durare nel tempo». Fra le ipotesi prese in considerazione c’è il blocco totale dei fondi all’Autorità nazionale palestinese - che riceve 600 milioni di dollari l’anno e la diminuzione degli aiuti militari ai Paesi che all’Onu voteranno a favore della piena adesione dei palestinesi.
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mercoledì 2 novembre 2011
Unesco: Il commento di Ugo Volli Una farsa, ma pericolosissima
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=42063
Cari amici,
come dice la sua sigla, l'Unesco dovrebbe occuparsi di educazione, scienza, cultura e altre nobili cose del genere. Ma, come ha detto ieri l'ambasciatore israeliano, più che alla scienza sembra interessato alla fantascienza. Aggiungo io: più che alla cultura all'ignoranza, più che all'educazione all'indottrinamento. Comunque alla politica, in senso antidemocratico e antioccidentale.
E' una vecchia storia, già Reagan ne fece uscire gli Stati Uniti vent'anni fa, quando l'agenzia lavorava per organizzare l'informazione internazionale in senso terzomondista (e da quel progetto sarebbe poi uscita Al Jazeera).
Per quanto riguarda il Medio Oriente è famosa l'operazione magica dell' Unesco sulla tomba di Rachele, moglie del patriarca Giacobbe, ininterrottamente frequentata dagli ebrei dai tempi biblici e loro possesso perenne registrato anche dal governo ottomano e situata fra Betlemme e Gersualemme, che improvvisamente fu registrata come moschea Bilal ibn Rabah (http://www.zionism-israel.com/dic/Bilal_ibn_Rabah_Mosque.htm, così chiamata dal nome di un muezzin abissino la cui tomba è a Damasco: http://it.wikipedia.org/wiki/Bilal), e naturalmente patrimonio culturale "palestinese". Bisogna attendersi che lo stesso accadrà ora per tutte le testimonianze della storia ebraica, che gli arabi cercano di negare e se possibile di distruggere. Del resto che l'Unesco sia nemico dei beni culturali scomodi per il mondo islamico si è visto anche nel caso dell'Armenia, quando l'agenzia ha avallato la distruzione sistematica delle tracce cristiane compiute da Turchia e Azerbaigian.
Si potrebbe dunque considerare la decisione di Parigi un classico caso di lupo messo a guardia delle pecore, di vandalo nominato custode di museo. Non è un caso che per un pelo due anni fa non fosse stato eletto direttore dell'Unesco l'allora ministro della cultura egiziano (oggi indagato per corruzione) che aveva dichiarato che, se avesse trovato in una biblioteca egiziana un libro ebraico, l'avrebbe bruciato con le sue mani (http://en.wikipedia.org/wiki/Farouk_Hosny).
Sul piano culturale, insomma, tutta questa storia è una farsa, una pagliacciata. L'Unesco non ha mai fatto niente per la cultura e la scienza, è una sede politica che compie scelte politiche anche quando riconosce questo o quel sito come "patrimonio dell'umanità". Se uno dovesse preoccuparsi dell'autorità morale o culturale della banda di burocrati che riceve lauti stipendi dall'agenzia di Parigi, potrebbe togliersi il pensiero. E del resto è chiaro che il destino dei monumenti ebraici in Israele si deciderà sul campo, come pure quello dell'inesistente patrimonio culturale (inesistente ma inventato) di una nazione inesistente (inesistente ma inventata) come la "Palestina".
Il punto però è proprio questo, il senso politico di questo gesto. Che va letto come indizio di orientamenti politici profondi. Il primo è la perfetta irrilevanza cui la politica di Obama ha confinato l'America. Uno stato che si ritira dappertutto, che lascia l'Iraq all'espansionismo iraniano, che ritira il suo ambasciatore dalla Siria non per protesta ma perché non è sicuro della sua incolumità, che sulla Libia intona l'"armiamoci e partite", che lascia sviluppare all'Iran suo acerrimo nemico l'armamento nucleare nel bel mezzo della fonte di mezzo petrolio del mondo non è più un impero, è uno stato perfettamente irrilevante. E non a caso i suoi migliori alleati, Gran Bretagna in testa, hanno ignorato i suoi appelli politici, le sue esplicite minacce. E' una Caporetto diplomatica per l'America, ancor più che per Israele. Speriamo solo che Obama se ne vada presto, perché anche quando come in questo caso fa la cosa giusta, non è in grado di sostenerla.
La seconda grande tendenza politica è l'odio per Israele, che ormai coinvolge non solo i paesi islamici, ma anche tutto il terzo mondo (hanno votato per la "Palestina", India, Cina, Russia, Brasile, giù giù fino allo Sri Lanka) e buona parte dell'Europa: non solo i paesi antisemiti come Spagna, Norvegia, Austria, ma anche la Francia, che hanno ripreso la tradizionale politica filo-araba, anche se hanno governi di destra. Con loro anche la Grecia, il Lussemburgo, il Belgio, insomma mezza Europa. L'Italia è rimasta fra color che son sospesi, e certo è una posizione debole e del tutto deludente, ma almeno non si è allineata con costoro, ha rifiutato il vecchio riflesso dei tempi di Moro e La Pira, Andreotti, Craxi e D'Alema.
Il risultato ricorda quello della recente conferenza Durban III: 107 stati hanno votato nel senso di un riconoscimento della "palestina", anche senza trattative di pace, anche senza il controllo del territorio, anche se la contiguità col terrorismo è chiarissima, anche se la "palestina" non ha affatto rinunciato alle pretese sull'intero territorio israeliano. Solo 14 i contrari (insieme a Israele e Usa anche Germania, Canada,Olnada e pochi altri). Parte di questi voti, come quello americano e tedesco, erano dovuti, ma non sono vermente convinti. Gli astenuti sono stati 52. E' un segno chiarissimo. Israele, bombardato giorno e notte dai terroristi, vittima designata dell'odio atomico iraniano non ha la solidarietà internazionale. Deve difendersi da sé, cercando di non dar modo ai suoi nemici di usare l'appoggio del mondo che non mancherebbe. Siamo di nuovo in una situazione in cui gli ebrei sono colpevoli di ogni cosa, innanzitutto di esistere e di mantenersi tali. Per la cultura l'ammissione della "palestina" all'Unesco non vuol dir niente. Per la politica è allarme rosso.

Ugo Volli
Cari amici,
come dice la sua sigla, l'Unesco dovrebbe occuparsi di educazione, scienza, cultura e altre nobili cose del genere. Ma, come ha detto ieri l'ambasciatore israeliano, più che alla scienza sembra interessato alla fantascienza. Aggiungo io: più che alla cultura all'ignoranza, più che all'educazione all'indottrinamento. Comunque alla politica, in senso antidemocratico e antioccidentale.
E' una vecchia storia, già Reagan ne fece uscire gli Stati Uniti vent'anni fa, quando l'agenzia lavorava per organizzare l'informazione internazionale in senso terzomondista (e da quel progetto sarebbe poi uscita Al Jazeera).
Per quanto riguarda il Medio Oriente è famosa l'operazione magica dell' Unesco sulla tomba di Rachele, moglie del patriarca Giacobbe, ininterrottamente frequentata dagli ebrei dai tempi biblici e loro possesso perenne registrato anche dal governo ottomano e situata fra Betlemme e Gersualemme, che improvvisamente fu registrata come moschea Bilal ibn Rabah (http://www.zionism-israel.com/dic/Bilal_ibn_Rabah_Mosque.htm, così chiamata dal nome di un muezzin abissino la cui tomba è a Damasco: http://it.wikipedia.org/wiki/Bilal), e naturalmente patrimonio culturale "palestinese". Bisogna attendersi che lo stesso accadrà ora per tutte le testimonianze della storia ebraica, che gli arabi cercano di negare e se possibile di distruggere. Del resto che l'Unesco sia nemico dei beni culturali scomodi per il mondo islamico si è visto anche nel caso dell'Armenia, quando l'agenzia ha avallato la distruzione sistematica delle tracce cristiane compiute da Turchia e Azerbaigian.
Si potrebbe dunque considerare la decisione di Parigi un classico caso di lupo messo a guardia delle pecore, di vandalo nominato custode di museo. Non è un caso che per un pelo due anni fa non fosse stato eletto direttore dell'Unesco l'allora ministro della cultura egiziano (oggi indagato per corruzione) che aveva dichiarato che, se avesse trovato in una biblioteca egiziana un libro ebraico, l'avrebbe bruciato con le sue mani (http://en.wikipedia.org/wiki/Farouk_Hosny).
Sul piano culturale, insomma, tutta questa storia è una farsa, una pagliacciata. L'Unesco non ha mai fatto niente per la cultura e la scienza, è una sede politica che compie scelte politiche anche quando riconosce questo o quel sito come "patrimonio dell'umanità". Se uno dovesse preoccuparsi dell'autorità morale o culturale della banda di burocrati che riceve lauti stipendi dall'agenzia di Parigi, potrebbe togliersi il pensiero. E del resto è chiaro che il destino dei monumenti ebraici in Israele si deciderà sul campo, come pure quello dell'inesistente patrimonio culturale (inesistente ma inventato) di una nazione inesistente (inesistente ma inventata) come la "Palestina".
Il punto però è proprio questo, il senso politico di questo gesto. Che va letto come indizio di orientamenti politici profondi. Il primo è la perfetta irrilevanza cui la politica di Obama ha confinato l'America. Uno stato che si ritira dappertutto, che lascia l'Iraq all'espansionismo iraniano, che ritira il suo ambasciatore dalla Siria non per protesta ma perché non è sicuro della sua incolumità, che sulla Libia intona l'"armiamoci e partite", che lascia sviluppare all'Iran suo acerrimo nemico l'armamento nucleare nel bel mezzo della fonte di mezzo petrolio del mondo non è più un impero, è uno stato perfettamente irrilevante. E non a caso i suoi migliori alleati, Gran Bretagna in testa, hanno ignorato i suoi appelli politici, le sue esplicite minacce. E' una Caporetto diplomatica per l'America, ancor più che per Israele. Speriamo solo che Obama se ne vada presto, perché anche quando come in questo caso fa la cosa giusta, non è in grado di sostenerla.
La seconda grande tendenza politica è l'odio per Israele, che ormai coinvolge non solo i paesi islamici, ma anche tutto il terzo mondo (hanno votato per la "Palestina", India, Cina, Russia, Brasile, giù giù fino allo Sri Lanka) e buona parte dell'Europa: non solo i paesi antisemiti come Spagna, Norvegia, Austria, ma anche la Francia, che hanno ripreso la tradizionale politica filo-araba, anche se hanno governi di destra. Con loro anche la Grecia, il Lussemburgo, il Belgio, insomma mezza Europa. L'Italia è rimasta fra color che son sospesi, e certo è una posizione debole e del tutto deludente, ma almeno non si è allineata con costoro, ha rifiutato il vecchio riflesso dei tempi di Moro e La Pira, Andreotti, Craxi e D'Alema.
Il risultato ricorda quello della recente conferenza Durban III: 107 stati hanno votato nel senso di un riconoscimento della "palestina", anche senza trattative di pace, anche senza il controllo del territorio, anche se la contiguità col terrorismo è chiarissima, anche se la "palestina" non ha affatto rinunciato alle pretese sull'intero territorio israeliano. Solo 14 i contrari (insieme a Israele e Usa anche Germania, Canada,Olnada e pochi altri). Parte di questi voti, come quello americano e tedesco, erano dovuti, ma non sono vermente convinti. Gli astenuti sono stati 52. E' un segno chiarissimo. Israele, bombardato giorno e notte dai terroristi, vittima designata dell'odio atomico iraniano non ha la solidarietà internazionale. Deve difendersi da sé, cercando di non dar modo ai suoi nemici di usare l'appoggio del mondo che non mancherebbe. Siamo di nuovo in una situazione in cui gli ebrei sono colpevoli di ogni cosa, innanzitutto di esistere e di mantenersi tali. Per la cultura l'ammissione della "palestina" all'Unesco non vuol dir niente. Per la politica è allarme rosso.
Ugo Volli
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sabato 29 ottobre 2011
Una petizione per blocccare l'ammissione della Palestina all'Unesco
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Dal Simon Wiesenthal Center, una petizione a Irina Bokova, direttore generale dell'Unesco per chiederle di non accettare la richiesta di Mahmoud Abbas di ammettere lo Stato palestinese nell'Unesco.
Segue una breve storia dell'Unesco.
Cliccare qui per firmare la petizione
Pubblichiamo la lettera inviataci dal lettore Maurizio Ferrari, che ben riassume la non onorevole storia dell'Unesco:
Noto che c'è molto da conoscere, sul lato oscuro dell’Unesco, che predica bene ma razzola male, facendosi dipingere come protettore dei deboli del mondo. Ma, cosa c'è sotto in realtà?
Chi sono i suoi burocrati?
Su internet,per cominciare,c'è gia' qualche appunto interessante a proposito. Su due siti leggo: ‘L'UNESCO è stato a volte al centro di controversie. Durante gli anni settanta e ottanta le nazioni occidentali, specialmente Stati Uniti e Regno Unito, ritenevano che venisse usato dai paesi comunisti e dal terzo mondo come forum per attaccare l'occidente. L'UNESCO sviluppò quindi un piano chiamato "Nuovo Ordine Internazionale dell'Informazione", per fermare le presunte bugie, e la disinformazione che veniva diffusa nelle nazioni in via di sviluppo. L'Occidente lo respinse come un tentativo del terzo mondo e di alcuni regimi comunisti di distruggere la libertà di stampa; gli Stati Uniti si ritirarono dall'organizzazione in segno di protesta nel 1984 e il Regno Unito nel 1985 (il Regno Unito ha nuovamente aderito nel 1997 e gli USA nel 2003)’. Un’altra interessantissima fonte online pubblica: ‘Dopo 63 anni dalla sua nascita nel 1945,dopo le macerie della seconda guerra mondiale, le finalità educative dell’Unesco, alla luce delle sue stesse statistiche sull’analfabetismo nel mondo, sono completamente fallite. Infatti l’ideale irenico che la vide nascere fondava sui cuori l’educazione degli uomini alla pace. L’Unesco si è trasformata però in una costosa e corporativa burocrazia, caratterizzata da privilegi, linguaggi formali inutili e ripetuti come una liturgia da viaggiatori e formalisti di questioni e procedure’. Chissà quante altre informazioni interessanti potremmo trovare con un po’ di pazienza sull’UNESCO ...
un caro saluto a IC complimenti e buon lavoro,
Maurizio Ferrari
Dal Simon Wiesenthal Center, una petizione a Irina Bokova, direttore generale dell'Unesco per chiederle di non accettare la richiesta di Mahmoud Abbas di ammettere lo Stato palestinese nell'Unesco.
Segue una breve storia dell'Unesco.
Cliccare qui per firmare la petizione
25 Ottobre 2011
Agisci ora! Protestate contro il voto per l’ammissione della “Palestina” nell’UNESCO
Per firmare quest’importante petizione: http://www.wiesenthal.com/siteapps/advocacy/ActionItem.aspx?c=lsKWLbPJLnF&b=7804063
Firmate la petizione del Simon Wiesenthal Center rivolta al Direttore Generale dell’Unesco per protestare sul voto che ammetterebbe la “Palestina” nell’UNESCO
L’Organizzazione Culturale, Scientifica ed Educativa delle Nazioni Unite(UNESCO)apre la propria Conferenza Generale oggi a Parigi, dove è previsto un voto per ammettere la “Palestina” come membro.
Se questo voto dovesse passare, gli Stati Uniti taglieranno all’UNESCO il contributo di 70 milioni di dollari, che corrisponde al 22% del bilancio totale dell’UNESCO.
Se la Palestina dovesse diventare membro dell’UNESCO cercherà di sfruttare la propria appartenenza per guadagnare sostegno internazionale per cancellare la storia del popolo ebraico in Eretz Yisrael e cercare di prendere i luoghi sacri, come la Grotta dei Patriarchi di Hebron, la Tomba di Giuseppe a Nablus, la tomba di Rachele a Betlemme e la Chiesa della Natività di Betlemme, dichiarandoli come patrimonio interamente palestinese.
Siamo pienamente consapevoli dell’importante ruolo svolto dall’UNESCO per promuovere molti programmi educativi e sociali nel mondo, che è più importante delle questioni di bilancio.
Il Simon Wiesenthal Center, a nome delle 400.000 famiglie iscritte, ha informato la Direttrice Generale dell’UNESCO Irina Bokova che sosteniamo totalmente la posizione degli Stati Uniti e quella di altre democrazie che possono prendere in considerazione azioni similari.
La mossa palestinese all’UNESCO non è altro che un trampolino di lancio di una pesante campagna politica nelle varie agenzie delle Nazioni Unite affinché i leaders, guidati dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, rifiutino apertamente di riconoscere Israele come stato ebraico e rifiutino i 3000 anni di storia del nostro popolo nei confronti della Terra Santa.
NON DOBBIAMO RIMANERE IN SILENZIO!
Guardate questo video in cui Abu Mazen dice che non riconoscerà Israele:
Noto che c'è molto da conoscere, sul lato oscuro dell’Unesco, che predica bene ma razzola male, facendosi dipingere come protettore dei deboli del mondo. Ma, cosa c'è sotto in realtà?
Chi sono i suoi burocrati?
Su internet,per cominciare,c'è gia' qualche appunto interessante a proposito. Su due siti leggo: ‘L'UNESCO è stato a volte al centro di controversie. Durante gli anni settanta e ottanta le nazioni occidentali, specialmente Stati Uniti e Regno Unito, ritenevano che venisse usato dai paesi comunisti e dal terzo mondo come forum per attaccare l'occidente. L'UNESCO sviluppò quindi un piano chiamato "Nuovo Ordine Internazionale dell'Informazione", per fermare le presunte bugie, e la disinformazione che veniva diffusa nelle nazioni in via di sviluppo. L'Occidente lo respinse come un tentativo del terzo mondo e di alcuni regimi comunisti di distruggere la libertà di stampa; gli Stati Uniti si ritirarono dall'organizzazione in segno di protesta nel 1984 e il Regno Unito nel 1985 (il Regno Unito ha nuovamente aderito nel 1997 e gli USA nel 2003)’. Un’altra interessantissima fonte online pubblica: ‘Dopo 63 anni dalla sua nascita nel 1945,dopo le macerie della seconda guerra mondiale, le finalità educative dell’Unesco, alla luce delle sue stesse statistiche sull’analfabetismo nel mondo, sono completamente fallite. Infatti l’ideale irenico che la vide nascere fondava sui cuori l’educazione degli uomini alla pace. L’Unesco si è trasformata però in una costosa e corporativa burocrazia, caratterizzata da privilegi, linguaggi formali inutili e ripetuti come una liturgia da viaggiatori e formalisti di questioni e procedure’. Chissà quante altre informazioni interessanti potremmo trovare con un po’ di pazienza sull’UNESCO ...
un caro saluto a IC complimenti e buon lavoro,
Maurizio Ferrari
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