mercoledì 7 dicembre 2011

Quella parola che inizia per 'an' e finisce per 'mitismo'

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Quella parola che inizia per 'an' e finisce per 'mitismo'
A destra, il Machol Israeli Dancing Club

Cari amici,
al mondo succedono tante cose grandi e negli ultimi tempi di solito brutte, smottamenti politici, stragi, guerre fatte e minacciate. Ma talvolta sono interessanti e rivelativi anche i piccoli fatti, i dettagli del quadro. Questa volta vi racconto uno di questi piccoli fatti. Eccolo.

Circa 180 chilometri a Nordest di Melbourne, in un gruppo di colline chiamate pomposamente "alpi australiane" sorge la deliziosa cittadina di Mansfield (4000 abitanti) (http://en.wikipedia.org/wiki/Mansfield,_Victoria) che fra i suoi molti meriti, organizza ogni anno un festival di danze folkloriche finanziato dal governo dello stato di Victoria.

Nell'edizione di quest'anno del festival, ricca della partecipazione di troupes cinesi, ungheresi, armene, ucraine e irlandesi, è successo un piccolo incidente. Era stato invitato anche un gruppo israeliano chiamato "Machol Israeli Dancing Club", che però è stato escluso dalla manifestazione. Sapete perché? Perché si è rifiutato di cambiare il suo nome. Se a voi, che vi chiamiate Francesco o Davide, chiedessero per cortesia, come condizione di partecipare a un congresso o a una fiera, di rinominarvi Vladimiro o Muhammad, accettereste, no? Be' i danzatori israeliani hanno vilmente rifiutato e sono stati giustamente esclusi.

Ah, non vi ho detto come doveva cambiare il loro nome. be', semplice, dovevano solo togliere la qualificazione nazionale, invece di "Machol Israeli Dancing Club" dovevano diventare "Machol Group". Sembra che qualcuno fra gli altri partecipanti avesse una certa allergia allo stato di Israele e chiedesse questa cortesia, che gli organizzatori hanno prontamente accettato, ma gli egoisti israeliani hanno respinto, incredibilmente protestando  (http://www.jewishnews.net.au/israeli-dance-troupe-axed/23672) .

Che strano, eh. Ci sono quelli che hanno l'allergia alle fragole e quelli che non sopportano l'aglio. Poi ci sono quelli che non sopportano Israele. Sono diffusi, per esempio fra gli atleti iraniani e di recente anche tunisini. E' più forte di loro, se devono competere con un atleta israeliano o fare spettacolo accanto a una troupe che ha nel nome Israele, si sentono male. Ma mentre è facile ottenere piatti senz'aglio o fragole, è difficile ottenere festival o gare degiudaizzate. Salvo nei paesi arabi, naturalmente, che sono da sempre e per sempre Judenrein. Ma gli ebrei insistono a imporre la propria presenza, mancano anche della buona educazione necessaria a mimetizzarsi, come in fondo ragionevolmente chiedevano gli organizzatori australiani questa volta. A proposito, mi è rimasto sulla punta della lingua il nome scientifico di questa allergia. Si tratta di una parola un po' lunga, ecco, inizia per "an" e finisce per "mitismo". Qualcuno mi aiuta?
lunedì 5 dicembre 2011

L'Iran è un pericolo per Israele e il mondo intero



http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=42492 

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 04/12/2011, a pag. 32, l'intervista di Alain Elkann a Elie Wiesel dal titolo "La letteratura lascia sempre tracce di sé".

Elie Wiesel                Alain Elkann

Incontro Elie Wiesel in un albergo parigino. È leggermente dimagrito, ma sorridente e come sempre ottimista. Da Flammarion sta uscendo il suo ultimo libro «Coeur ouvert», in cui descrive la recente operazione al cuore e nello stesso tempo fa un’analisi sulla sua vita e sulla sua opera letteraria, sul suo lavoro di professore e di testimone della Shoah. Cosa ne viene fuori?
«Forse il mio bisogno di scrivere. Tra tutti i 57 libri che ho scritto, questo è quello che più si avvicina a ciò che volevo raggiungere, cioè la verità e la semplicità».

Ha avuto paura di morire?

«Di morire prima della morte, di rendermi conto che si è impotenti fisicamente. Ora sono guarito, sto meglio ma il cammino talvolta mi sembra ancora pieno di spine e di ostacoli».

Cosa le dispiaceva di più lasciare?

«Naturalmente mia moglie, mio figlio, mio nipote e anche i miei allievi. Ho capito che dovevo prolungare il mio insediamento. Lo studio e la scrittura sono le due passioni della mia vita. Comunque non vedo nella morte una tragedia».

Ha capito molte cose invecchiando?

«Non sapevo di essere così fragile, e poi mi sono reso conto che un’iniezione o una pillola in certi momenti ha più forza del pensiero più profondo, dell’opera filosofica, della musica e anche dei sentimenti amorosi. E quindi protesto moltissimo perché non voglio dipendere da una pillola».

Lei ha riflettuto molto sui suoi libri e sul suo lavoro, ma da quanto scrive si capisce che non è contento. È così?

«Non sono soddisfatto nemmeno quando li metto giù. Pensavo di trasmettere, attraverso i miei scritti e le mie parole, cose indicibili, ma non è così».

Almeno è gratificato dal suo ultimo libro?

«Se uno scrittore è onesto sa che ciò che ha appena pubblicato non è il libro con la “L” maiuscola che voleva scrivere, eppure continua a farlo sperando che un giorno porterà a termine il “Libro”, quello buono».

Secondo lei nel mondo di oggi gli scrittori contano ancora qualcosa?

«Sì per i singoli individui, non per i politici e per la politica. Viviamo in un’epoca in cui si legge poco e si guarda molto la televisione: tutto è oggi uno show, compresi i notiziari. E io in nessun modo voglio fare parte dello spettacolo».

Che cosa pensa della Primavera araba?

«È un fatto che naturalmente mi è piaciuto e interessato molto. Non voglio però che vada troppo lontano. Mi sembra bello che i giovani, anche a costo di morire o di essere feriti, ad un certo punto abbiano saputo dire basta».

Ritiene che l’Iran rappresenti un pericolo?

«Sì, non solo per Israele ma per il mondo intero. Ed è proprio Ahmadinejad, negatore dell’Olocausto, colui che in qualche modo oggi lo rappresenta».

Crede che ci sarà una guerra?

«Non ho accesso alle informazioni ufficiali o ufficiose, quindi sarebbe inopportuno se dessi una qualunque risposta. Ma so che molti anni fa è stato deciso che l’Iran non può diventare una potenza nucleare militare».

Come vede la crisi che sta attanagliando il mondo?

«Non capisco molto di economia e di politica, però conosco la cultura, l’educazione e la filosofia. Certo che in America, il Paese in cui vivo, appena parte una campagna elettorale il fango si sparge dappertutto. Il livello si è davvero deteriorato in modo spaventoso e la qualità dei politici è bassissima, il loro linguaggio è volgare. Non esiste più quella fiera nobiltà nell’aspirazione di dirigere una comunità».

È vero che ha rifiutato di essere Presidente dello Stato d’Israele?

«Sì, era improbabile che lo potessi fare. Ho detto di no malgrado le moltissime insistenze. Un giorno, mentre mi trovavo in Israele, un giornalista mi ha detto: “Io non la capisco, non siamo abbastanza importanti per lei visto che rifiuta questo onore?”. Una domanda che mi ha fatto male, anche perché non volevo insultare Israele. Sono un uomo schivo che insegna e scrive. L’unica cosa che domino bene sono le mie parole, se diventassi Presidente non sarebbero più davvero mie. Inoltre sapevo che il mio amico Shimon Peres era il Presidente giusto per Israele».

È importante al giorno d’oggi il ruolo di un intellettuale?

«Sì, ma non negli Stati Uniti. In politica solo in Francia gli intellettuali si mescolano e in qualche modo riescono bene nei loro compiti. Nell’Europa personalmente ho creduto molto, mi è piaciuto pensare che non ci sarebbero state più guerre tra Francia, Germania e Inghilterra. E adesso, quando leggo che l’euro potrebbe avere le ore contate, sto male. Forse allora l’Europa unita era soltanto un’illusione...Io amo quello che unisce e non quello che separa. La letteratura, ad esempio, unisce e lascia sempre una traccia importante di sé negli uomini».
venerdì 2 dicembre 2011

Iran nucleare, Israele si prepara a difendersi



 http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=42462

Riportiamo dal FOGLIO di oggi,01/12/2011, a pag. III, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " A che punto è lo strike sull'Iran  ", gli articoli titolati " I 'fanatici del berillio', l’élite atomica dell’Iran " e " I nuovi droni di Teheran spaventano Israele ".
Ecco i pezzi:

Daniele Raineri - " A che punto è lo strike sull'Iran "

Daniele Raineri


Quando e se il programma nucleare dell’Iran sarà attaccato, non si tratterà di un bombardamento aereo convenzionale. Non sarà una copia delle operazioni fulminee che hanno avuto successo in passato, come il raid sul reattore nucleare di Saddam Hussein a sud-est di Baghdad nel 1981 o contro la base dell’Olp a Tunisi nel 1985. In entrambi i casi si trattò di bersagli facili: singoli, esposti all’aperto, con difese deboli e colte di sorpresa. Oggi in Iran la situazione è completamente differente, ci sono almeno 15 siti atomici, forse di più, nascosti tra le montagne e nel sottosuolo e protetti da un apparato militare che è determinato a mantenersi aggiornato e guardingo. Per questo, secondo Eli Lake, reporter al Pentagono per Newsweek e il sito Daily Beast specializzato in rapporti con il Pentagono e solitamente ben informato, l’operazione israeliana contro l’Iran sarà differente dal passato, un genere di attacco militare completamente nuovo.

Da tempo Israele sviluppa in silenzio misure in grado di confondere, ingannare e incapacitare un sistema di difesa nemico. Per questo l’incursione aerea sarebbe un lavoro misto per una squadra mista: droni Heron capaci di portare non soltanto bombe ma anche un carico tecnologico semisegreto, aerei con piloti umani costruiti per gli attacchi elettronici – appartenenti a un’unità che ha per soprannome “I Corvi” – e infine i convenzionali caccia da combattimento F-15 e F-16.

Gli israeliani possono ingannare i radar del sistema di difesa aereo dell’Iran facendo credere loro che non c’è nessun aereo in volo, oppure che ce ne sono centinaia, con un effetto “nevicata” sugli schermi. Allo stesso tempo un attacco elettronico può colpire e disabilitare i telefoni cellulari, le linee telefoniche convenzionali, la rete internet, la griglia elettrica nazionale e anche le frequenze radio, comprese quelle d’emergenza usate da militari, polizia e vigili del fuoco. I siriani hanno già assaggiato questo tipo di attacco nel settembre 2007, durante l’incursione contro il sito nucleare sospetto di al Khibar. Gli aerei israeliani hanno proiettato sugli schermi dei radar nemici la falsa immagine elettronica di un cielo sgombro e privo di qualsiasi minaccia, e poco dopo, e di colpo, hanno proiettato l’immagine, altrettanto falsa, della presenza di centinaia di aerei.

Quel giorno i radar furono illeggibili – e inservibili. Israele ha sviluppato anche un sistema offensivo capace di imitare il segnale che ordina alle singole celle della rete telefonica di entrare in standby per manutenzione. Il risultato è il blocco temporaneo delle comunicazioni. E possiede anche sistemi che creano interferenze e disturbi per le frequenze radio. E’ verosimile che gli israeliani sfrutterebbero un punto debole scoperto dagli Stati Uniti due anni fa nelle grandi reti elettriche delle città iraniane, che non sono isolate da Internet e quindi sono vulnerabili a virus informatici devastanti come Stuxnet, che è riuscito a prendere il controllo e a distruggere le centrifughe iraniane – dicono gli ufficiali americani. La scoperta è stata fatta nel 2009 dal Joint Warfare Analysis Center, un laboratorio segreto militare americano – dice una fonte a Lake.

La fonte conferma che gli israeliani possiedono la capacità di bloccare gli snodi internet che servono i comandi militari iraniani. Il vecchio modello di incursione aerea, invadere lo spazio aereo nemico, trovare l’obiettivo, colpire e fuggire, a paragone del nuovo sembra ormai primitivo. Ora sono richieste più fasi in rapida successione: accecare il nemico, confonderlo, paralizzare le sue comunicazioni, bombardare e allo stesso tempo distruggere la sua capacità di rappresaglia, o almeno diminuirla significativamente. I bombardamenti investirebbero anche le rampe dei missili balistici già puntati su Israele per rispondere all’attacco – non c’è la possibilità di eliminarli tutti, ma perché non provare? E quindi volare via. Uno dei problemi più grandi è che il programma nucleare è sparpagliato in posti diversi e dentro labirinti di tunnel – è una definizione degli analisti – che rende difficili trovare i singoli siti e ancora più distruggerli. Il presidente iraniano in persona, Mahmoud Ahmadinejad, ha sviluppato una passione personale per i tunnel ed è membro fondatore dell’associazione iraniana per i Tunnel. Molte delle installazioni nel sottosuolo risalgono alla cosiddetta Guerra delle città nel 1987, quando Iran e Iraq si scambiavano bombardamenti con missili Scud sulle grandi città.

Altre si sono aggiunte negli anni, soprattutto con l’intensificarsi delle voci su un possibile strike israeliano: ci sono centinaia di chilometri di cavità in cemento, create da gigantesche macchine sterratrici, che ora forniscono segretezza e protezione. In certi casi i punti d’ingresso sono conosciuti, ma gli strati di roccia sopra e l’estensione garantiscono un buon livello di protezione. Gli americani stanno già lavorando a questa parte dell’operazione, la radiografia dei sotterranei, pur senza potere, ovviamente, schierare squadre a terra, e lo stanno facendo grazie a nuove tecnologie.

La divisione scientifica del Pentagono che si occupa dei progetti più avanzati, la Darpa, ha un intero settore dedicato a questa mappatura da lontano: in pratica, si tratta di vedere attraverso la roccia. Il sito della Darpa annuncia tra i suoi bandi tecnici che c’è bisogno di sensori che scoprano installazioni nascoste e sappiano valutare le attività che vi si compiono, prima e anche dopo un eventuale attacco. Una risposta è l’“Airborne Tomography using Active Electromagnetics”, una tecnologia sviluppata dall’industria mineraria: il terreno è illuminato con onde elettromagnetiche a frequenza molto bassa e il riflesso svela la presenza di cavità e tunnel. Alcuni scienziati in Alaska sono riusciti a disegnare la mappa di tunnel a trenta metri di pronfondità e anche di più.

Secondo il capo del progetto, la gittata dei sensori in futuro potrà agire a mille chilometri di distanza: “Dovranno essere posizionati su una nave, o su una piattaforma petrolifera, chissà”. Il Darpa è anche convinto che sia possibile identificare il tipo di attività che si compie sotto la roccia, come il traffico di veicoli e la presenza di materiali radioattivi. Forse è già all’opera. L’Iran si è già lamentato in passato per l’intrusione di droni americani nel proprio spazio aereo e alcuni osservatori sospettano che Washington stia usando il drone invisibile, l’RQ-170, la supersegreta “Bestia di Kandahar”, come è stata soprannominata dagli analisti civili che l’hanno intravista in Afghanistan (che confina con l’Iran). La mappatura delle installazioni sotterranee non risolve il problema principale: possono essere distrutte? Gli Stati Uniti stanno investendo montagne di dollari nello sviluppo di una bomba di profondità capace di penetrare 30 metri di roccia o 60 di cemento prima di esplodere con una tonnellata di esplosivo, la cui sigla tecnica MOAB è stata subito trasformata in “Madre di tutte le bombe”.

Ma gli Stati Uniti stanno studiando opzioni meno primitive. Una è una tecnica di volo che fa arrivare con precisione le bombe anti bunker in orizzontale contro l’ingresso del bunker. Il sito potrebbe resistere, ma se le entrate sono distrutte, nulla può più uscire o entrare. Un’altra opzione sono le bombe termobariche, che provocano un’onda d’urto che viaggia all’interno dei tunnel e prosegue oltre gli angoli senza perdere efficacia come succede nelle esplosioni normali.
L’impatto si propaga per trecento metri. O ancora: spezzoni incendiari come palloni elastici che rimbalzano velocissimi e possono raggiungere gli angoli più remoti delle basi sotterranee, arroventando l’aria fino a mille gradi in pochi secondi.

" I 'fanatici del berillio', l’élite atomica dell’Iran "

Roma. Quando l’ayatollah Khomeini accettò il cessate il fuoco che mise fine alla guerra tra Iran e Iraq nel 1988, il regime iraniano avviò la fase più ambiziosa del suo programma segreto di armamento nucleare. In quell’anno, le Guardie della Rivoluzione crearono un programma atomico top secret, nome in codice “Grande piano”. Alcuni di quelli che ne hanno fatto parte sono stati uccisi in questi due anni, c’è chi dice dalla lunga mano d’Israele. Ne restano quattro al vertice del progetto.

Sono i figli della militarizzazione del programma nucleare che ha subìto un’accelerazione dopo l’elezione alla presidenza di Ahmadinejad. Sono gli scienziati iraniani che hanno ricevuto dal regime il compito di triplicare l’arricchimento dell’uranio. Vengono tutti dall’Università Imam Hussein, una specie di scuola militare d’élite ideologica creata durante la guerra con l’Iraq e che prende il nome dal nipote di Maometto. Questi scienziati vivono oggi protetti dalla rete dei siti segreti per la fabbricazione di armi nucleari, progettata dal regime non soltanto per ampliare il programma, ma anche per garantirne la sopravvivenza in caso di attacco. 

Fanno parte del “markaz amadegi va fannavari novin pishrafteh defaee”, ovvero il Centro per la preparazione e la nuova tecnologia difensiva avanzata.
Li chiamano i “fanatici del berillio”, il materiale che in virtù della sua leggerezza e del suo punto di fusione molto alto è impiegato nelle astronavi, nei satelliti, ma anche nella costruzione di reattori e missili nucleari. I dottor Stranamore versione mullah si conoscono fin da quando, nel 2004, gli oppositori del Mek (i mujaheddin del popolo) li svelarono all’Aiea. 


Gente come Mansoor Asgari e Majid Rezazadeh, allievi del “padre della bomba islamica”, Abdul Qadeer Khan, l’ingegnere di Islamabad che ha procurato all’Iran, come alla Corea del nord, le centrifughe P1 e P2 grazie alla sua rete mondiale di fornitori. Il numero uno è Mohsen Fakhrizadeh, un ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione fin dagli esordi e soprattutto responsabile del “Programma 111”, ovvero di quella parte del piano nucleare dedicata alla costruzione di missili capaci di trasportare la bomba nucleare e di farla detonare. Al suo fianco lavora Fereydoon Abbasi Davani, pioniere della fisica e nuovo capo dell’Iran Atomic Energy Organization, l’agenzia che ha in mano i destini della bomba atomica degli ayatollah. Davani un anno fa è scampato per miracolo a un tentativo di assassinio, durante il quale è rimasto ucciso il suo collega, Majid Shahriari (quest’ultimo è diventato un “martire” della Rivoluzione). 

Al vertice del Walhalla nucleare c’è Davani, che nel 2004 le Nazioni Unite inserirono nella lista dei quattro scienziati di Teheran più importanti, accusandolo di essere coinvolto in “attività balistiche illecite”. Secondo oppositori del regime, Davani è “uno dei pochi specialisti in grado di separare gli isotopi”, processo cruciale nella produzione di combustibile nucleare. Abbasi non lascia mai il paese, tranne lo scorso agosto, quando è volato a Vienna per un incontro all’Aeia. Non lo si era mai visto fuori dall’Iran.
" I nuovi droni di Teheran spaventano Israele "


Roma. Il 23 novembre scorso un drone di produzione israeliana, l’Heron Machatz- 1, è inspiegabilmente precipitato nella regione meridionale del Libano, controllata da Hezbollah. Da tempo impegnati a decifrare il sistema di controllo degli aerei senza pilota di Tsahal, e convinti che la sorte avesse riservato loro un’inaspettata sorpresa, i miliziani libanesi hanno trasportato l’Heron all’interno della base di Siddiqin, dove il velivolo è però esploso causando la distruzione di un intero arsenale di munizioni.
L’intelligence militare di Gerusalemme, Aman, si è intestata i meriti della “sofisticata azione di sabotaggio” ma, indipendentemente dalla veridicità dello spin israeliano, l’episodio segnala un aspetto poco noto dello scontro in atto tra Iran e occidente: quello della guerra dei droni. Iniziata al termine della guerra con l’Iraq, la produzione di droni da parte dell’autarchica industria bellica iraniana si è notevolmente intensificata negli ultimi anni grazie a un massiccio stanziamento di fondi statali. 


Il gap con i velivoli americani resta ampio, ma i progressi registrati preoccupano Israele. Il principale esempio di aereo senza pilota iraniano è l’Ababil (in farsi significa rondine): prodotto nel 1993 per compiti di ricognizione aerea, negli ultimi tempi si è prima trasformato nell’A-3 e poi nell’A-T, un drone dotato di testata altamente esplosiva. Entrambi i modelli sono già stati impiegati nel teatro di guerra. Venduto a Hezbollah durante il conflitto con Israele, nel 2006 un Ababil ha raggiunto il cielo di Haifa prima di essere abbattuto dagli israeliani, mentre nel 2009 due caccia americani ne hanno disintegrato uno che sorvolava l’Iraq dopo un’ora di pedinamento. Il drone di nuova generazione è invece il Karrar, il bombardiere. Sfornato nel 2010, “l’ambasciatore di morte” – com’è stato soprannominato dal presidente Mahmoud Ahmadinejad – è un velivolo di lunga distanza (copre circa mille chilometri) che può essere equipaggiato con bombe intelligenti da oltre 200 chilogrammi. Il vero punto di non ritorno sarebbe però progettare un drone in grado di volare per 1.700 chilometri – la distanza che separa il confine iraniano da quello israeliano – e di renderlo invisibile ai radar: un obiettivo a cui Teheran starebbe lavorando alacremente. 

Secondo la versione ufficiale del regime, in cantiere ci sarebbero il Sofreh Mahi (il raggio d’aquila), un mezzo stealth dalla forma di diamante che dovrebbe essere pronto nel giro di cinque anni, e lo Sharapah (la farfalla) che, elaborato dall’Università di Tabriz, dovrebbe volare ad un altezza di oltre quattromila metri. In attesa di produrre modelli dotati di tale autonomia, la Repubblica islamica cerca di supplire alla mancanza dotando Hezbollah dei suoi droni più avanzati. Dal 2004 i miliziani sciiti sono in possesso del rudimentale Mohajer (il migrante) e degli Ababil, e ora dovrebbero aver ricevuto anche i nuovi Karrar. “Ma senza capacità stealth – fanno notare da Gerusalemme – non potranno mai colpirci”. Gli iraniani prendono nota e lottano contro il tempo.

Terzi 'potrebbe' chiudere l'ambasciata italiana in Iran. Modo e verbo sbagliati


 http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=42461

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 01/12/2011, a pag. 20, gli articoli di Andrea Malaguti e Paolo Mastrolilli titolati " Londra espelle i diplomatici iraniani " e " L’esplosione a Isfahan è stata un sabotaggio ".
Ecco i pezzi, preceduti dal comunicato di Fiamma Nirenstein dal titolo " Tutti i parlamenti si adoperino per contrastare le minacce a un Medio Oriente stabile ".

Fiamma Nirenstein - " Tutti i parlamenti si adoperino per contrastare le minacce a un Medio Oriente stabile "

Fiamma Nirenstein

Dichiarazione dell'On. Fiamma Nirenstein, Presidente del Consiglio Internazionale dei Parlamentari Ebrei (ICJP), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati
Roma - "La recente pubblicazione del rapporto dell’Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA) ha rivelato che l'Iran è in una fase avanzata di sviluppo di armi nucleari. A causa della minaccia ripetuta contro Israele e l’Occidente, in qualità di Presidente del Consiglio Internazionale dei Parlamentari Ebrei, vorrei esprimere la mia preoccupazione personale, e quella dei miei colleghi parlamentari, per gli ultimi sviluppi in Medio Oriente.

Un Iran nucleare è una minaccia non solo per Israele, ma per tutto il mondo libero. Come chiarito nel rapporto dell'AIEA, l'attuale sviluppo di tecnologie nucleari in corso in Iran è spiegabile solamente con il loro futuro utilizzo su missili Shahab-3, già in possesso del regime degli Ayatollah. Questi missili, e le loro versioni avanzate in via di sperimentazione in Iran (Shahab-4 e 5), hanno la capacità di raggiungere gli obiettivi sia in Israele che in Europa occidentale.

Ad aumentare le preoccupazione per la corsa allo sviluppo di tecnologia nucleare, c'e' la visione millenaria del presidente Ahmadinejad, ribadita persino dal podio delle Nazioni Unite, che indica chiaramente come il mondo occidentale sia il nemico giurato dell'Iran.

In aggiunta alla crescente minaccia iraniana, c'è stato un aumento nell’aggressivo attivismo della politica palestinese che preclude ogni possibilità di riavviare il processo di pace. Oggi, ci troviamo di fronte alla realtà di un nuovo accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas, un'organizzazione il cui scopo è distruggere lo Stato di Israele. Questo è in contrasto con l'obiettivo ripetuto in piu' occasioni dal presidente palestinese Mahmoud Abbas di creare uno Stato palestinese a fianco dello Stato ebraico di Israele.

I palestinesi hanno recentemente intrapreso diverse iniziative unilaterali, osili alla via dei negoziati, nel tentativo di diventare membro a pieno titolo delle Nazioni Unite e nell’ottenere l’adesione piena all’UNESCO. Ammettendo i palestinesi come membri a pieno titolo nell'organizzazione, l'UNESCO ha aggiunto un altro tassello alla sua costante politica di obliterazione del rapporto immemorabile tra il popolo ebraico e la sua terra - Israele.

Il Consiglio internazionale dei parlamentari ebrei ritiene che questi nuovi sviluppi debbano tenuti in seria considerazione da tutte le istituzioni e gli attori internazionali. Invitiamo i parlamentari di tutto il mondo ad agire contro queste minacce alla stabilita' mediorientale e all'ordine mondiale, ad inasprire le sanzioni contro l'Iran e a lavorare per la ripresa dei negoziati israelo-palestinesi senza la partecipazione dell'organizzazione terroristica Hamas".
www.fiammanirenstein.com


Andrea Malaguti - " Londra espelle i diplomatici iraniani "

                                     Giulio Terzi
«Chiediamo l’immediata chiusura dell’ambasciata iraniana a Londra». Westminster, mezzogiorno, sono passate meno di ventiquattro ore dall’assalto degli studenti fondamentalisti alle sedi diplomatiche inglesi di Teheran e il Parlamento di Sua Maestà è pieno fino a scoppiare. C’è tensione. Il ministro degli Esteri, William Hague prende la parola e pronuncia un discorso complicato che deve sembrare durissimo - lo è - lasciando però uno spiraglio alla ragionevolezza. Siamo sull’orlo del precipizio. Non siamo ancora piombati di sotto. È questo il messaggio che vuole mandare verso Oriente, avendo ben chiaro che l’Iran è alle prese con una feroce battaglia interna che vede da una parte il presidente Mahmoud Ahmadinejad, paradossalmente più disposto al dialogo con il mondo occidentale, e dall’altra l’establishment conservatore, rappresentato dallo speaker del Parlamento, Ali Larjani e incarnato dal leader supremo della Rivoluzione, l’Ayatollah Ali Khamenei. È a loro che si ispirano gli studenti basiji che hanno guidato i disordini di martedì.

Alla House of Commons c’è il silenzio dei momenti decisivi e Hague cerca di tenere sotto controllo il suo groviglio di nervi sbagliati. «Nessun Paese che renda impossibile la nostra presenza sul suo territorio può aspettarsi di avere un’ambasciata funzionante da noi. I rappresentanti diplomatici di Teheran hanno 48 ore per lasciare la Gran Bretagna». Compatto boato d’assenso. Londra ha raccolto solidarietà in ogni angolo del pianeta. Da Mosca a Washington. Solo la Cina, che moltiplica quotidianamente i propri affari con l’Iran, non ha fatto sentire la sua voce. E Teheran, nel giorno della rivolta, grazie all’aumento di due dollari al barile del petrolio, ha incassato cinque milioni di dollari imprevisti. Dettagli, forse, ma di un certo rilievo. Il ministro degli esteri italiano, Giulio Terzi, chiarisce che sta valutando l’ipotesi di chiudere la sede di Teheran e di avere convocato, esattamente come hanno fatto la Germania e la Svezia, l’ambasciatore iraniano nella capitale. La Francia invece richiama il suo ambasciatore da Teheran, mentre Alain Juppé, ministro degli Esteri, invoca «sanzioni tali da ridurre il regime alla paralisi, cominciando col congelamento degli asset bancari e col blocco delle esportazioni di petrolio». Anche la Norvegia chiude temporaneamente la propria sede iraniana, mentre stamattina è previsto un incontro a Bruxelles di tutti i ministri degli esteri dell’Unione.

Forte del consenso internazionale Hague parla pochi minuti dopo avere avuto la certezza che i 26 rappresentanti dello staff inglese e l’ambasciatore Dominick Chilcott sono a bordo di un aereo che li sta riportando a casa. Richiamati a Londra per precauzione e nel contempo «espulsi» dal governo iraniano che non voleva essere da meno di quello britannico. «È chiaro che il governo iraniano sapeva - ha spiegato Hague -. È come se a una gang di ragazzi di strada fosse stata data la possibilità di entrare nelle case e di procurare il massimo di danni possibile».

Lunedì sera, alla vigilia della manifestazione annunciata per protestare contro le nuove sanzioni imposte da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo la denuncia dell’International Atomic Energy Agency sulla ripresa del programma nucleare iraniano, Hague si era sentito in dovere di fare un’irrituale telefonata a Teheran per chiedere che la sicurezza dei cittadini inglesi fosse garantita. «Invece gli studenti hanno distrutto ogni cosa. Oggetti privati e documenti segreti. Chiederemo i danni. Ma di certo la nostra reazione non finirà qui». Poi il ponte. «Le relazioni diplomatiche saranno ridotte al minimo. Ma parteciperemo ancora ad incontri internazionali a cui l’Iran sarà presente».

Chi non crede alle mediazioni è invece il conservatore Bernard Jenkin, che decide di consegnare alla Camera il suo sgangherato intervento. «Dopo decenni di mediazioni fallimentari è ora di prendere in considerazione l’ipotesi di un attacco armato». Qualcuno applaude. Ha voglia di guerra. E non è il solo.




Paolo Mastrolilli - " L’esplosione a Isfahan è stata un sabotaggio "

Il sito di Isfahan

L’ esplosione avvenuta lunedì a Isfahan ha danneggiato l’impianto nucleare della città iraniana e non è stata frutto di un incidente. A rivelarlo è il «Sunday Times», citando fonti di intelligence israeliane. Il giornale britannico però non dà spiegazioni sulle modalità e le responsabilità del presunto sabotaggio, e non offre altre conferme oltre a quella dei servizi segreti dello Stato ebraico.

Lunedì gli abitanti della città ad Ovest di Teheran hanno sentito una forte esplosione. In un primo momento l’agenzia semi-ufficiale Fars ha riportato la notizia, ma poi l’ha cancellata, e lo stesso governatore della zona ha smentito l’episodio. La gente impaurita, però, ha chiamato i pompieri, e la confusione seguita al loro arrivo ha costretto le autorità ad ammettere che qualcosa era successo. Poco dopo quindi è stata pubblicata la versione ufficiale, secondo cui c’era stata effettivamente un’esplosione, che era avvenuta in maniera accidentale durante alcune esercitazioni militari. Niente a che vedere con gli impianti nucleari, dunque.

Dal 2004 a Isfahan è operativo un centro per la conversione dell’uranio, che serve ad alimentare le centrifughe per l’arricchimento a Natanz e Qom. In sostanza una struttura funzionale al progetto atomico di Teheran, anche sul piano dell’impiego militare.

Ieri il «Sunday Times», citando fonti dell’intelligence israeliana, ha rivelato che in realtà l’esplosione di lunedì era avvenuta proprio dentro l’impianto nucleare. Come prova ha usato foto satellitari, che dimostrano danni non compatibili con un semplice incidente, escluso dagli esperti sentiti dal giornale. Dunque la conclusione logica è che si sia trattato di sabotaggio.

Il «Sunday Times» però non spiega chi sarebbe responsabile di questa azione, come l’ha condotta e perché. Da qualche tempo girano voci di un possibile intervento militare israeliano per fermare il programma nucleare iraniano, ma il giornale britannico non fa riferimento a questa ipotesi.

Il 12 novembre scorso un altro incidente aveva scosso la Repubblica islamica. Questo era accaduto in una base militare del villaggio di Bidganeh, circa quaranta chilometri a SudEst di Teheran. Un’esplosione aveva ucciso una ventina di militari, tra cui il generale Hasan Tehrani Moghaddam, considerato l’ispiratore del programma missilistico iraniano. Proprio in quei giorni la Repubblica islamica aveva ottenuto dei risultati importanti in questo settore, provando nuove armi. L’incidente era stato collegato all’utilizzo di nuove tecniche per lo sviluppo dei missili, ma ora la vicenda di Isfahan fa sospettare il sabotaggio anche in questo caso. Voci del genere servono comunque a provocare una reazione da parte di Teheran, che consente agli analisti di intelligence di fare valutazioni sulle sue vere attività.

Storm Warnings: The Muslim Brotherhood and Egypt’s Future

After a round of deadly violence, an estimated 80% of Egyptians peacefully voted in the first round of parliamentary elections.

The results are a blow to those who hoped for a transition to a democratic civil society. Media reports indicate that early returns show the Muslim Brotherhood’s political front group — the Democratic Alliance for Egypt — appears to have won as much as 45% of the vote with another 20 - 25% gained by the Islamic Bloc, the political arm of the Salafis. Despite some differences, both the Brotherhood and the Salifis share an Islamist ideology permeated with hatred of both the Israel and the United States.

What are the implications of an Egypt led by the Muslim Brotherhood?

Storm Warnings: The Muslim Brotherhood and Egypt’s Future, the Simon Wiesenthal Center’s newest report prepared by Dr. Harold Brackman, exposes the Muslim Brotherhood for what it is: an enemy of democracy and peace.

This report documents the Brotherhood’s obsession with anti-Jewish conspiracy theories, its hostility towards Israel and its thinly-veiled plans to kill the Egyptian-Israel peace treaty.  The Brotherhood’s recent protestations of being democratic are hollow given its long history of hatred for free elections and its continuing animosity for freedom of Egypt’s women as well as for Egypt’s embattled Coptic Christian minority.

The stakes are astronomical - for the Egyptian people, for the Arab and Muslim world of which Egypt is the pivot, as well as the United States and Israel.
giovedì 1 dicembre 2011

Libano, quattro razzi katyusha contro Israele. E Unifil dov'è? E perchè nessun quotidiano tranne Repubblica ha diffuso la notizia?

 http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=4&sez=120&id=42455

Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 30/11/2011, a pag. 15, la breve dal titolo " Razzi dal Libano, i primi da due anni ".


Quattro razzi lanciati contro Israele. Nella breve si legge che a rivendicare il lancio sarebbero "Le brigate libanesi Abdullah Azzam, un gruppo che fa capo alla rete terroristica di Al Qaeda", come se Hezbollah potesse sul serio essere estraneo a episodi del genere, come se in Libano, specie dopo il colpo di Stato della scorsa estate, fosse possibile muoversi senza il consenso di Hezbollah.
In ogni caso la notizia è stata data solo da REPUBBLICA, perchè? E Unifil dov'era al momento del lancio? Non dovrebbe controllare i confini tra Libano e Israele? A che cosa serve la missione Unifil se dal Libano sono riusciti a lanciare ben quattro razzi su Israele?
Ecco la breve:


BEIRUT - Le brigate libanesi Abdullah Azzam, un gruppo che fa capo alla rete terroristica di Al Qaeda, hanno rivendicato il lancio di razzi eseguito dal sud del Libano verso il territorio israeliano. Sono quattro i razzi Katyusha lanciati dal sud del Paese dei Cedri contro il nord d´Israele. Non succedeva da settembre 2009, quando lo stesso gruppo rivendicò l´ultimo attacco partito dal Libano contro Israele. L´esercito israeliano definisce «grave» l´accaduto, avvertendo di «ritenere responsabilità del governo libanese l´evitare attacchi». Il segretario generale dell´Onu, Ban Ki-Moon, ha condannato il lancio di razzi.

Iran, i basiji attaccano l'ambasciata britannica


 http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=42453

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 30/11/2011, a pag. 19, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " Fra Teheran e Occidente scontro inevitabile ". Dal FOGLIO, a pag. 1-4, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "  Gli studenti assaltano l’ambasciata inglese in Iran. Scoppi nelle centrali", a pag. 3, l'editoriale dal titolo " Teheran, Carter e Obama ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 17, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Gli ayatollah e la strategia della tensione".
Ecco i pezzi:


Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " Fra Teheran e Occidente scontro inevitabile "

Fiamma Nirenstein

In che consiste veramente il caos irania­no, scoppi, aggressioni, rapimenti, rilasci? È l’uranio, stupido. La lista degli eventi ci aiuta, ma bisogna allargare lo sguardo: lunedì il grande scoppio a Isfahan, uno dei centri di arricchimento nucleare. Poi, ieri, l’attacco di katiushe dal Libano sulla Galilea, nel nord d’Israele, inusitato di questi tempi, perchè gli Hezbollah sono nei guai a causa della rivoluzione siriana che mette in crisi Assad, loro consueto fornitore di armi e aiuti per conto dell’Iran. Ma chiunque abbia sparato dal Libano, siano essi gruppi palestinesi, o la componente sunnita, oppure Al Qaida, si tratta quasi sicuramente di un avvertimento iraniano a chi si era divertito poche ore prima a far esplodere i reattori iraniani.

E lo scoppio di ieri è il secondo dopo quello di Bigdaneh il 12 novembre che ha fatto a pezzi il generale Hassan Mogdaneh, cervello pensante del progetto nucleare, seguito tutta una serie di altri eventi, fra cui la sparizione degli scienziati e i devastanti attacchi degli hacker: insomma, qualcuno pensa intensamente, con dedizione, a bloccare la bomba iraniana. Ma l’attacco dal Libano è un piccolo avvertimento a piantarla, come piccola, specialmente dati i precedenti dell’ambasciata americana nel 1979, possiamo giudicare l’aggressione di ieri all’ambasciata britannica. Naturalmente la causa è stata la politica inglese di sanzioni. Esse peraltro si stanno avventando sull’Iran dopo che l’Aiea ha presentato il rapporto in cui certifica che l’Iran arricchisce l’uranio per scopi bellici. Il Congresso americano sta preparando un pacco di sanzioni letali da approvare prima di Natale.

Intanto, gli scoppi punteggiano l’antipatia internazionale per la politica nucleare degli ayatollah. Dunque che cosa fa l’Iran in queste ore? Perché attacca gli inglesi e poi li rilascia? Perché è un estremo tentativo di mostrare i denti ma senza creare ulteriori reazioni internazionali per seguitare a proteggere la loro potenza atomica in ascesa. Il regime ringhia senza troppo mordere per conservare il punto di arrivo, l’atomica, in una situazione di difficoltà senza precedenti. La situazione economica rischia di precipitare addosso all’Iran con un’ondata enorme di sanzioni; gli scontri interni sono all’apice; la Siria e la Libia sono cupi segnali; l’opposizione interna, pur seviziata, probabilmente sta preparandosi a una rinnovata rivoluzione una volta che le sanzioni mettano l’economia al tappeto, e comunque lo scoppio nel compound segretissimo di Isfahan dimostra che qualcuno dall’interno aiuta un’eventuale azione internazionale. E l’azione internazionale potrebbe essere larghissima: si dice sempre Mossad e Cia, e nessuno pensa all’Arabia Saudita, di cui l’Iran stava per assassinare l’ambasciatore a Washington.
 

L’Iran si è spinto molto oltre un comportamento accettabile, mostrando i denti per difendere la bomba, e quando l’Aiea ha dimostrato che essa è reale, è dietro l’angolo, tutte le sue minacce, le sue aggressioni verbali, l’egemonismo nei confronti delle rivoluzioni arabe, le follie del millenarismo che vuole l’apocalisse per stabilire il califfato mondiale e far tornare il Mahdi hanno acquistato un diverso significato: se l’Iran avrà la bomba, la continua minaccia cambierà tutte le dinamiche di un mondo sotto ricatto. Dunque assistiamo alla preparazione di uno scontro che è in ogni caso definitivo, comunque lo si gestisca.
Gli ultimi eventi ci dicono che nessuno può permettersi un Iran con la bomba, e senza bomba l’Iran può ringhiare, ma non azzannare. Dopo, è un’altra storia.
www.fiammanirenstein.com

Il FOGLIO - Giulio Meotti : "  Gli studenti assaltano l’ambasciata inglese in Iran. Scoppi nelle centrali"

Giulio Meotti

Roma. Al grido khomeinista di “covo di spie”, ieri centinaia di studenti iraniani hanno assaltato la sede diplomatica inglese a Teheran, lanciando bombe molotov e sostituendo la bandiera del Regno Unito con uno stendardo sciita del VII secolo. L’assalto, condotto da membri della milizia rivoluzionaria popolare Basiji sull’esempio della presa dell’ambasciata americana del 4 novembre 1979, è avvenuto il giorno dopo in cui un’esplosione ha colpito Isfahan, dove sorge un impianto clandestino per l’arricchimento dell’uranio.

Gli iraniani hanno saccheggiato l’ambasciata, gettando pile di documenti inglesi fuori dalle finestre alla folla riunita in un sit-in di protesta. I dipendenti dell’ambasciata sono fuggiti da un’uscita secondaria. Due ore dopo l’assalto, le forze di sicurezza hanno ripreso il controllo dell’edificio e liberato sei ostaggi. Ma poche ore dopo, un gruppo di studenti è riuscito a rientrare nell’ambasciata. Il ritratto della regina Elisabetta è stato distrutto, mentre all’esterno gli iraniani inneggiavano con fotografie a Majid Shahriari, uno degli scienziati misteriosamente assassinati nei mesi scorsi. 

Due giorni fa Teheran, che ora esprime “rammarico per alcuni comportamenti inaccettabili”, aveva declassato i rapporti con il Foreign Office britannico, scatenando la peggiore crisi con Londra da molti anni. Il regime è strangolato da un isolamento internazionale sempre più forte, esito anche della pressione diplomatica degli Stati Uniti, che ieri hanno condannato l’assalto “nella maniera più assoluta”. Ora Teheran, provata dalle sanzioni, accusa anche anche un attacco sensazionale ai suoi fortini (nucleari) meglio custoditi. Quando due settimane fa un’esplosione si era verificata nella base di Bidganeh (dove sono stoccati razzi Shaabab in grado di colpire Gerusalemme), il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, aveva detto laconico: “Ce ne saranno altre”. Ilan Mizrahi, già vicedirettore del Mossad, aggiunse: “Dio benedica chi lo ha fatto”. 

Ieri l’ex capo dell’intelligence israeliana, Amos Yadlin, ha detto che l’Iran “ha già abbastanza materiale nucleare per costruire cinque-sei missili”. Yadlin ha detto che i tecnici “aspettano il via libera dell’ayatollah Khamenei per assemblare l’ordigno”. Un blog statunitense (Tikun Olam), che vanta speciali contatti israeliani, ha scritto che dietro le esplosioni alle centrali iraniane ci sono il Mossad e oppositori iraniani. Anche secondo Yossi Melman, super esperto militare di Haaretz, il Mossad è impegnato in operazioni di sabotaggio del programma atomico di Teheran per evitare che si arrivi allo strike, minacciato dal governo di Benjamin Netanyahu. Yedioth Ahronoth, il maggiore quotidiano israeliano, ha scritto che i quattro missili lanciati ieri in Galilea dal Libano sono “la risposta iraniana a Isfahan”. Lunedì, per la prima volta, il ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Salehi ha confermato che uno dei fisici uccisi nei mesi scorsi, Majid Shahriari, era “il più importante scienziato di Teheran”. Shahriari era uno dei pochi in grado di arricchire l’uranio al venti per cento e, secondo lo Spiegel, l’ultimo di una serie di scienziati uccisi dal Mossad. 

Come Ali Mahmoudi Mimand, il padre del programma missilistico iraniano, o il professor Ardeshir Hassanpour, un cervello della fisica iraniana catalogato dall’intelligence occidentale come “il massimo esperto di Teheran nel settore della ricerca militare”. Uccisi quasi tutti da misteriosi motociclisti come accadde a Fathi Shaqaqi, il leader della Jihad islamica assassinato nel 1995 nell’isola di Malta. Sarebbe opera israeliana anche l’attacco informatico al sistema nucleare iraniano. E’ il virus “Stuxnet”, che ha messo fuori uso molte centrifughe iraniane. Il nuovo capo del Mossad, Tamir Pardo, si è fatto una fama come genio della Neviot, l’agenzia addetta alle telecomunicazioni e all’intelligence informatica le cui incursioni per installare microspie e telecamere sono leggendarie. Dopo Stuxnet, è appena arrivato con lo stesso sistema un altro virus. Nome in codice “Duqu”.

CORRIERE della SERA - Guido Olimpio : " Gli ayatollah e la strategia della tensione "

Guido Olimpio


WASHINGTON — È dal giorno 1 della Rivoluzione islamica che i seguaci di Khomeini ricorrono alla guerra delle ambasciate. Allora, agli albori della teocrazia, gli «studenti» occuparono quella americana con una spettacolare presa d'ostaggi. E ieri, sempre gli «studenti», in realtà attivisti legati alla milizia dei basiji, hanno preso di mira quella britannica. Uno sfregio che risponde alla strategia della tensione del regime. Una tattica in risposta alla pressione diplomatica — sintetizzata dalle dure sanzioni economiche varate da Londra — e da quella psicologica, marcata dal quotidiano rincorrersi di voci su misteriose esplosioni all'interno di siti strategici.

Teheran, in questo modo, vuole riprendere l'iniziativa dimostrando di essere capace di creare problemi. Mi colpite ai fianchi — sembra dire il potere — e noi restituiamo lo schiaffo in modo diretto. Anche se, secondo costume, la ritorsione è affidata ai cosiddetti «studenti», pronti a scattare come robot a un ordine della Guida.

Il segnale d'attacco, infatti, è venuto 24 ore prima proprio dal leader Alì Khamenei che ha indicato nella Gran Bretagna «l'icona dell'imperialismo». Poi è stata la rabbia «naturale» dei cittadini a fare il resto. Un teatrino dove il governo può scaricare la colpa sulla folla, ordinare il fermo di qualche dimostrante e avere la faccia tosta di «deplorare» quanto è avvenuto. Un copione che gli iraniani usano dagli Anni 80 e che hanno riadattato alle esigenze attuali.

A Teheran, infatti, non sono giorni facili. Le autorità sono costrette ad acrobazie verbali per smentire una lunga striscia di episodi poco chiari. Prima l'esplosione in un impianto missilistico che ha provocato la morte di un alto ufficiale e danni consistenti. Quindi la fine dai risvolti oscuri di un figlio della nomenklatura, Ahmed Rezai, trovato senza vita in un hotel di Dubai. Morte naturale — come rassicura la versione ufficiale — o ammazzato durante un interrogatorio brutale dei pasdaran? Due giorni fa un altro «botto» in una città chiave come Isfahan, che ospita un centro nucleare e siti militari. Un portavoce ha sostenuto che si è trattato di un problema verificatosi nel corso di una esercitazione. Incidenti o sabotaggi che siano, si tratta di eventi che non è possibile nascondere. Invece il regime, di solito generoso nel denunciare i complotti, nega su tutta la linea arrivando persino a smentire che sia avvenuto qualcosa.

Diversi osservatori sostengono che i mullah non vogliono farsi trascinare in una trappola di azione e controazione. Neppure vogliono offrire pretesti a chi è pronto a stringere ancora di più il cappio. Al tempo stesso, però, non possono ignorare la loro vocazione alla sfida, gli impulsi degli estremisti e la voglia di vendetta dei parenti dei «martiri». Ecco allora le rivelazioni sulla cattura di una dozzina di agenti Cia, le minacce contro chiunque oserà (dunque domani e non oggi) attaccare l'Iran e infine l'assalto all'ambasciata, molto coreografico e che riattizza lo spirito rivoluzionario.

Gli ayatollah provano a regolare il fuoco della risposta, cavalcano questo o quell'episodio, e tengono testa alla comunità internazionale. Temono nuove sanzioni, però pensano che saranno i loro partner economici a rimetterci di più. Non sottovalutano l'ipotesi di essere attaccati militarmente ma sono convinti che il blitz non sia così vicino. Il nemico — ha spiegato un analista molto ascoltato — non avrà il coraggio di lanciarlo e si affiderà ancora alle operazioni segrete. Si gioca allora sui nervi, provando a dimostrare che l'altro è più debole, costringendolo a un passo indietro, mettendolo in imbarazzo. E quando è possibile si affonda un colpo. Sperando che non inneschi uno scontro totale.

Il FOGLIO - " Teheran, Carter e Obama "

Barack Obama, Jimmy Carter


E così le forze di sicurezza del governo iraniano, che hanno fatto del controllo brutale della piazza una scienza, ieri nella capitale dai 14 milioni di abitanti non sono riuscite a impedire che 50 studenti scavalcassero i cancelli dell’ambasciata britannica, saccheggiassero gli uffici, prendessero in ostaggio sei dipendenti e nemmeno a domare gli altri 200 che fuori urlavano “Morte all’Inghilterra!”. L’assalto violento alla sede di rappresentanza percepita come nemica sta diventando il nuovo protocollo diplomatico dei regimi che si sentono accerchiati, come due settimane fa hanno scoperto le ambasciate di Turchia e Arabia Saudita, assaltate a Damasco a soli cinquanta metri dalle finestre silenziose del presidente Bashar el Assad. Prima la Siria, ora l’Iran. Questo tipo di assalti è pura intimidazione di stato. Permette al regime di turno di esibire un’assoluta e finta identità di vedute con il proprio popolo, anzi, di apparire moderato al confronto, e di rafforzare il proprio messaggio contro la comunità delle nazioni: la forza del popolo prevarrà contro di voi, in assoluto e deliberato disprezzo della legge internazionale. “Siamo rammaricati”, ha poi detto ieri, a cose finite, il governo iraniano per evitare complicazioni serie. 

E’ la beffa dopo la devastazione. Se c’è un’immagine iconica dell’assalto all’ambasciata è senz’altro quella dell’aggressore che porta via sotto gli occhi di un poliziotto immobile un poster del film “Pulp fiction”, John Travolta e Samuel L. Jackson in cravatta sottile e pistole spianate. E davvero il regime si sente così, con la minaccia delle sanzioni e una serie temeraria di sabotaggi militari (l’ultimo forse lunedì) spianate in faccia. A Teheran non c’è l’ambasciata di Israele, è stato quasi scontato che toccasse agli inglesi, da tempo trasformati dalla propaganda di regime in un nuovo bersaglio. Ma è impossibile evitare il collegamento con l’assalto all’ambasciata degli Stati Uniti, che oggi è un edificio vuoto. La crisi degli ostaggi americani nel 1979 fu il punto di non ritorno della Rivoluzione khomeinista. 

Ma simbolicamente il ’79 fu anche il punto più drammatico della crisi della presenza occidentale in medio oriente, e in particolare della leadership americana: l’operazione fallita dalle forze speciali di Washington per liberare gli ostaggi paralizza ancora con il suo ricordo le Amministrazioni americane quando guardano all’Iran. L’ambasciata perduta fu il disastro di Jimmy Carter, un presidente democratico che, come Barack Obama, cercava il dialogo e l’apertura con risparmio della forza. Anche Obama indulge nella ricerca del dialogo e della mano tesa, ma ha mostrato anche un altro suo lato, quello di spietato ed eccellente esecutore di incursioni in territorio nemico, se le circostanze lo richiedessero.