giovedì 8 dicembre 2011
La città di Roma saluta il ritorno in libertà di un suo cittadino onorario
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=24&sez=120&id=42530
Pubblichiamo il lancio ANSA dal titolo "M.O. : Lunedì Alemanno incontrerà Shalit in Israele".
Gianni Alemanno con Riccardo Pacifici in occasione di una manifestazione per la liberazione di Gilad Shalit
Gilad Shalit
ROMA, 6 DIC - Il sindaco di Roma Gianni Alemanno incontrerà il soldato Gilad Shalit in Israele. La partenza del primo cittadino è fissata per domenica prossima. Il viaggio, che fa seguito alla liberazione del soldato rapito arriva dopo l'invio di una lettera da parte del vice primo ministro israeliano Silvan Shalom. Nella lettera Shalom ha ricordato «l'interessamento del sindaco alla democrazia e ai diritti umani in particolare in Israele e nel Medio Oriente e in generale nel mondo». Poi, in particolare, ha sottolineato come «tre anni fa la città di Roma ha deciso di concedere al soldato rapito la cittadinanza onoraria. L'impegno della città di Roma per la sua liberazione ha molto impressionato lo Stato di Israele e i suoi cittadini». Alemanno ha spiegato all'ANSA che l'essere stato invitato «è un grande onore perché sono il primo politico che va in Israele da Shalit». In realtà, ha sottolineato «ci vado non a titolo personale o politico ma istituzionale perché rappresento la città di Roma che saluta il ritorno in libertà di un suo cittadino onorario». Ovviamente, «l'invito per Shalit è quello di venire a Roma a ritirare personalmente il riconoscimento che gli è stato conferito dalla città ma soprattutto - ha sottolineato - da questa liberazione può trovare nuovo impulso il processo di pace in Medio Oriente».
Web e antisemitismo: un connubio sempre più pericoloso
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=188&sez=120&id=42528
Riportiamo dal BOLLETTINO della COMUNITA' EBRAICA di MILANO n° 12 di dicembre, a pag. 22, l'articolo di Stefano Gatti dal titolo " L'antisemitismo ai tempi del web 2.0 ".
Stefano Gatti
Cybercriminalità e falsi storici: il web pullula di mistificazioni. Ed è un grande corruttore perché genera, diffonde e rende socialmente accettabile l'odio per gli ebrei. Un allarme sottolineato dal documento finale della Commissione Nirenstein presentato in Parlamento.
La statua della Madonna distrutta durante la manifestazione di Roma a ottobre? Sono stati gli ebrei, ovvio. Parola di Holy War, “storico” sito antisemita ultracattolico. E la finanza mondiale? È governata dall’eterno complotto giudaico-massonico. Il neo premier Mario Monti? Poiché ha lavorato per Goldman Sachs, è legato alla lobby finanzaria ebraica, occulta artefice della crisi economica attuale. La Rete ne è certa e propala le sue “verità” tra siti, blog e social network. E così si arriva ad attaccare gli ebrei anche sul web: solo pochi giorni fa, il gruppo di Facebook “Amici della Comunità ebraica di Vercelli” è stato vittima di un attacco informatico. Insulti, frasi inneggianti Hitler e Mengele ne hanno invaso la bacheca.“Oggi l’antiebraismo vive e si alimenta soprattutto nel cyberspazio, è un fenomeno globale e si sovrappone all’antisionismo”.
Queste, le parole conclusive del Documento finale della commissione Nirenstein, presentato a Roma il 17 ottobre. Il Comitato di indagine conoscitiva sull’antisemitismo, presieduto da Fiamma Nirenstein, ha terminato infatti ad ottobre le sue attività, dopo oltre un anno e mezzo di lavori, con un Documento finale approvato all’unanimità -caso più unico che raro- dalle Commissioni Affari Costituzionali e Affari Esteri della Camera, e con la sottoscrizione del Protocollo Addizionale alla Convenzione di Budapest sulla cybercriminalità.
Il Comitato di indagine era stato istituito alla fine del 2009, in seguito alla forte ripresa degli episodi di antisemitismo. Infatti tra la fine del 2008 e gli inizi del 2009, a livello mondiale e in particolare in Europa, si è raggiunto il più alto livello di incidenti antisemiti da quando, nel 1980, i Centri Studi internazionali hanno cominciato a monitorare scientificamente il fenomeno. Nel corso dei lavori di indagine si sono svolti 13 incontri, cui hanno preso parte il Ministro degli Esteri, dell’Istruzione, della Gioventù, e dell’Interno, alcuni dei principali studiosi di antiebraismo, sociologi, esperti di sicurezza informatica e rappresentanti delle Comunità ebraiche in Italia. Il Documento conclusivo è stato presentato in un Convegno il 17 ottobre a Montecitorio. Nell’occasione, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto inviare un messaggio: “È necessario mantenere sempre alta la guardia contro ogni possibile risorgenza dell’odioso fenomeno dell’antisemitismo, quali ne siano gli inaccettabili mascheramenti e le modalità e mezzi di manifestazione”. Uno dei problemi più spinosi che il Comitato si è trovato ad affrontare è la diffusione dell’antisemitismo online. È emerso infatti che Internet e in particolare i blog e i social network (Facebook, YouTube, Twitter), sono diventati i mezzi principali per la diffusione di tematiche antiebraiche e razziste.
L’antisemitismo nel cyberspazio è però impossibile da quantificare e non siamo in grado di sapere quante persone entrino in contatto con questi contenuti. Ma è certo che attraverso Internet propaganda e diffusione dell’antiebraismo e del razzismo diventa più facile. Questo anche perché l’introduzione della tecnologia Web 2.0, nel 2004, ha trasformato gli utenti della rete in creatori di contenuti. Chiunque abbia un computer e una connessione, non solo può visualizzare contenuti multimediali presenti in rete, in pagine “ufficiali” più o meno verificabili, ma può inserire testi e filmati, senza alcun filtro né controllo. Teorie del “complotto”, razzismo, odio, menzogne aberranti, circolano liberamente. Senza una preparazione culturale né informazioni alternative, soprattutto i giovani sono potenziali utenti di questi contenuti, soggetti a un pericoloso condizionamento. Così è stato generato un ambiente in cui il pregiudizio antiebraico è diventato accettabile per la società. La Rete non ha creato magicamente l’odio, però lo ha in-formato, organizzato e gli ha conferito una struttura relazionale.
E lo ha sdoganato. L’Osservatorio sul Pregiudizio Antiebraico del CDEC di Milano ha trovato nel 2011 circa 60 spazi online che rilanciano temi esplicitamente antiebraici, il loro numero si è costantemente accresciuto, sino ad aumentare di più del 50% nel giro di quattro anni. La categoria di siti antiebraici che, negli ultimi anni, ha visto il maggiore sviluppo è quella cosiddetta “negazionista”. Tratto distintivo di alcuni siti che operano una lettura negazionista, o fortemente riduzionista del genocidio antiebraico, è che sono gestiti da insegnanti. Secondo dati forniti dal consigliere sulla sicurezza informatica del Viminale, Domenico Vulpiani, nel 2009 i siti e i gruppi di discussione di natura razzista scoperti dalla Polizia sono stati 1.200, rispetto agli 800 dell’anno precedente; l’Osservatorio per il monitoraggio dell’antisemitismo nella Rete della Polizia Postale nel 2010 “ha denunciato un boom di siti antisemiti in Italia”.
I principali sono Holy War, TerraSantaLibera, WebNostrum, ed Effedieffe, che diffondono un vasto raggio di teorie antisemite, dal tema della “cospirazione ebraica per il dominio del mondo” (con la diffusione del falso antiebraico Protocolli dei Savi di Sion), a forme aberranti e violente di anti-israelianismo. Questi siti hanno preso di mira numerose volte, con minacce e insulti, gli esperti e i membri del Comitato di indagine, e addirittura il gestore di un sito antiebraico ha seguito personalmente il Convegno del 17 ottobre e poi sul suo blog ha scritto una cronaca innervata di pregiudizi e insulti. Uno dei problemi principali nel contrasto dell’antisemitismo online riguarda l’hosting (cioè in quale Paese è registrato il dominio del sito) dal quale dipende la possibilità concreta di individuare gli autori delle condotte incriminate e di impedirne la protrazione, intervenendo sui provider per l’oscuramento dei siti. L’eventuale procedimento giuridico è legato infatti ai vincoli della giurisdizione territoriale. Se l’hosting è all’estero è necessario cooperare con le autorità del Paese ospitante. Ecco perché il Governo, su sollecitazione della commissione Nirenstein, ha ratificato il Protocollo di Budapest che potenzia il coordinamento internazionale e adotta procedure più spedite per contrastare i reati a sfondo xenofobo e razzista sui mezzi informatici. Attualmente il Protocollo è stato sottoscritto da 34 Paesi nel mondo, dei quali 18 l’hanno anche ratificato.
Quattro anni infami
Nel corso degli ultimi quattro anni gli episodi di antisemitismo nel mondo hanno raggiunto il massimo livello. Nel 2009, sono stati registrati 1.129 incidenti violenti con un incremento del 100% rispetto al 2008. L’elemento scatenante delle ondate di antisemitismo è sempre connesso con le vicende del Medio Oriente; nel 2008/2009 fu l’operazione Piombo Fuso nella Striscia di Gaza, mentre nel 2010 è stato l’assalto alla nave turca Mavi Marmara da parte delle Forze Speciali israeliane. La commissione ha dedicato molta attenzione alla differenziazione tra i fenomeni di razzismo, antisemitismo, antigiudaismo, antisionismo e anti-israelismo, e a quando l’antisionismo diventa antisemitismo. Dina Porat, direttrice dello Stephen Roth Institute per lo studio dell’antisemitismo contemporaneo e del razzismo dell’università di Tel Aviv, dice che “fintanto che la critica a Israele coincide con la critica a un singolo episodio o a una determinata politica in un determinato momento, essa costituisce una legittima critica così come lo è alla politica di qualunque Paese. Quando per tale critica si utilizzano espressioni antisemite, che si sa essere tali, e non si guarda il momento contingente, ma si generalizza su Israele e sugli ebrei, non si fa più critica, ma antisemitismo.
Il nuovo antisemitismo si contraddistingue per la sua sovrapposizione all’antisionismo, per la tendenza ad attaccare le comunità ebraiche all’estero e per il loro legame con Israele” e che “i movimenti antisionisti diventano antisemiti quando negano al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, spettante a ogni popolo, o applicano il doppio standard chiedendo agli ebrei e a Israele quanto non chiedono ad altri popoli e Stati. Sono sicuramente antisemite le critiche che conducono ad equiparare la politica di Israele con quella del nazionalsocialismo o che estendono a tutti gli ebrei sparsi nel mondo la responsabilità delle azioni compiute dallo Stato di Israele”. In Italia il fenomeno antiebraico continua a connotarsi per un basso livello di violenza e, contrariamente ad altre realtà europee, non si configura come un allarme sociale. I dati fattuali consistono in atti vandalici: aggressioni fisiche e verbali, atti di vandalismo nei cimiteri ebraici, graffiti offensivi, e-mail a singoli o a istituzioni ebraiche. La visione del mondo antisemita continua ad essere appannaggio di forze politiche estremiste, sia di destra sia di sinistra, e di frange dell’integralismo cattolico e del fondamentalismo islamico. Il pregiudizio antiebraico è quasi sempre connesso a Israele, e quando si maschera da “critica a Israele” riesce ad ottenere una più ampia legittimazione.
Secondo gli studi condotti della sociologa Betti Guetta della Fondazione CDEC di Milano emerge che gli italiani che possono essere definiti antisemiti puri sono circa il 12% della popolazione.
Stefano Gatti ricercatore dell’Osservatorio Antisemitismo della Fondazione CDEC, ha fatto parte della Commissione Nirenstein
mercoledì 7 dicembre 2011
Quella parola che inizia per 'an' e finisce per 'mitismo'
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Quella parola che inizia per 'an' e finisce per 'mitismo'
A destra, il Machol Israeli Dancing Club
Cari amici,
al mondo succedono tante cose grandi e negli ultimi tempi di solito brutte, smottamenti politici, stragi, guerre fatte e minacciate. Ma talvolta sono interessanti e rivelativi anche i piccoli fatti, i dettagli del quadro. Questa volta vi racconto uno di questi piccoli fatti. Eccolo.
Circa 180 chilometri a Nordest di Melbourne, in un gruppo di colline chiamate pomposamente "alpi australiane" sorge la deliziosa cittadina di Mansfield (4000 abitanti) (http://en.wikipedia.org/wiki/Mansfield,_Victoria) che fra i suoi molti meriti, organizza ogni anno un festival di danze folkloriche finanziato dal governo dello stato di Victoria.
Nell'edizione di quest'anno del festival, ricca della partecipazione di troupes cinesi, ungheresi, armene, ucraine e irlandesi, è successo un piccolo incidente. Era stato invitato anche un gruppo israeliano chiamato "Machol Israeli Dancing Club", che però è stato escluso dalla manifestazione. Sapete perché? Perché si è rifiutato di cambiare il suo nome. Se a voi, che vi chiamiate Francesco o Davide, chiedessero per cortesia, come condizione di partecipare a un congresso o a una fiera, di rinominarvi Vladimiro o Muhammad, accettereste, no? Be' i danzatori israeliani hanno vilmente rifiutato e sono stati giustamente esclusi.
Ah, non vi ho detto come doveva cambiare il loro nome. be', semplice, dovevano solo togliere la qualificazione nazionale, invece di "Machol Israeli Dancing Club" dovevano diventare "Machol Group". Sembra che qualcuno fra gli altri partecipanti avesse una certa allergia allo stato di Israele e chiedesse questa cortesia, che gli organizzatori hanno prontamente accettato, ma gli egoisti israeliani hanno respinto, incredibilmente protestando (http://www.jewishnews.net.au/israeli-dance-troupe-axed/23672) .
Che strano, eh. Ci sono quelli che hanno l'allergia alle fragole e quelli che non sopportano l'aglio. Poi ci sono quelli che non sopportano Israele. Sono diffusi, per esempio fra gli atleti iraniani e di recente anche tunisini. E' più forte di loro, se devono competere con un atleta israeliano o fare spettacolo accanto a una troupe che ha nel nome Israele, si sentono male. Ma mentre è facile ottenere piatti senz'aglio o fragole, è difficile ottenere festival o gare degiudaizzate. Salvo nei paesi arabi, naturalmente, che sono da sempre e per sempre Judenrein. Ma gli ebrei insistono a imporre la propria presenza, mancano anche della buona educazione necessaria a mimetizzarsi, come in fondo ragionevolmente chiedevano gli organizzatori australiani questa volta. A proposito, mi è rimasto sulla punta della lingua il nome scientifico di questa allergia. Si tratta di una parola un po' lunga, ecco, inizia per "an" e finisce per "mitismo". Qualcuno mi aiuta?
Quella parola che inizia per 'an' e finisce per 'mitismo'
A destra, il Machol Israeli Dancing Club
Cari amici,
al mondo succedono tante cose grandi e negli ultimi tempi di solito brutte, smottamenti politici, stragi, guerre fatte e minacciate. Ma talvolta sono interessanti e rivelativi anche i piccoli fatti, i dettagli del quadro. Questa volta vi racconto uno di questi piccoli fatti. Eccolo.
Circa 180 chilometri a Nordest di Melbourne, in un gruppo di colline chiamate pomposamente "alpi australiane" sorge la deliziosa cittadina di Mansfield (4000 abitanti) (http://en.wikipedia.org/wiki/Mansfield,_Victoria) che fra i suoi molti meriti, organizza ogni anno un festival di danze folkloriche finanziato dal governo dello stato di Victoria.
Nell'edizione di quest'anno del festival, ricca della partecipazione di troupes cinesi, ungheresi, armene, ucraine e irlandesi, è successo un piccolo incidente. Era stato invitato anche un gruppo israeliano chiamato "Machol Israeli Dancing Club", che però è stato escluso dalla manifestazione. Sapete perché? Perché si è rifiutato di cambiare il suo nome. Se a voi, che vi chiamiate Francesco o Davide, chiedessero per cortesia, come condizione di partecipare a un congresso o a una fiera, di rinominarvi Vladimiro o Muhammad, accettereste, no? Be' i danzatori israeliani hanno vilmente rifiutato e sono stati giustamente esclusi.
Ah, non vi ho detto come doveva cambiare il loro nome. be', semplice, dovevano solo togliere la qualificazione nazionale, invece di "Machol Israeli Dancing Club" dovevano diventare "Machol Group". Sembra che qualcuno fra gli altri partecipanti avesse una certa allergia allo stato di Israele e chiedesse questa cortesia, che gli organizzatori hanno prontamente accettato, ma gli egoisti israeliani hanno respinto, incredibilmente protestando (http://www.jewishnews.net.au/israeli-dance-troupe-axed/23672) .
Che strano, eh. Ci sono quelli che hanno l'allergia alle fragole e quelli che non sopportano l'aglio. Poi ci sono quelli che non sopportano Israele. Sono diffusi, per esempio fra gli atleti iraniani e di recente anche tunisini. E' più forte di loro, se devono competere con un atleta israeliano o fare spettacolo accanto a una troupe che ha nel nome Israele, si sentono male. Ma mentre è facile ottenere piatti senz'aglio o fragole, è difficile ottenere festival o gare degiudaizzate. Salvo nei paesi arabi, naturalmente, che sono da sempre e per sempre Judenrein. Ma gli ebrei insistono a imporre la propria presenza, mancano anche della buona educazione necessaria a mimetizzarsi, come in fondo ragionevolmente chiedevano gli organizzatori australiani questa volta. A proposito, mi è rimasto sulla punta della lingua il nome scientifico di questa allergia. Si tratta di una parola un po' lunga, ecco, inizia per "an" e finisce per "mitismo". Qualcuno mi aiuta?
lunedì 5 dicembre 2011
L'Iran è un pericolo per Israele e il mondo intero
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=42492
Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 04/12/2011, a pag. 32, l'intervista di Alain Elkann a Elie Wiesel dal titolo "La letteratura lascia sempre tracce di sé".
Elie Wiesel Alain Elkann
Incontro Elie Wiesel in un albergo parigino. È leggermente dimagrito, ma sorridente e come sempre ottimista. Da Flammarion sta uscendo il suo ultimo libro «Coeur ouvert», in cui descrive la recente operazione al cuore e nello stesso tempo fa un’analisi sulla sua vita e sulla sua opera letteraria, sul suo lavoro di professore e di testimone della Shoah. Cosa ne viene fuori?
«Forse il mio bisogno di scrivere. Tra tutti i 57 libri che ho scritto, questo è quello che più si avvicina a ciò che volevo raggiungere, cioè la verità e la semplicità».
Ha avuto paura di morire?
«Di morire prima della morte, di rendermi conto che si è impotenti fisicamente. Ora sono guarito, sto meglio ma il cammino talvolta mi sembra ancora pieno di spine e di ostacoli».
Cosa le dispiaceva di più lasciare?
«Naturalmente mia moglie, mio figlio, mio nipote e anche i miei allievi. Ho capito che dovevo prolungare il mio insediamento. Lo studio e la scrittura sono le due passioni della mia vita. Comunque non vedo nella morte una tragedia».
Ha capito molte cose invecchiando?
«Non sapevo di essere così fragile, e poi mi sono reso conto che un’iniezione o una pillola in certi momenti ha più forza del pensiero più profondo, dell’opera filosofica, della musica e anche dei sentimenti amorosi. E quindi protesto moltissimo perché non voglio dipendere da una pillola».
Lei ha riflettuto molto sui suoi libri e sul suo lavoro, ma da quanto scrive si capisce che non è contento. È così?
«Non sono soddisfatto nemmeno quando li metto giù. Pensavo di trasmettere, attraverso i miei scritti e le mie parole, cose indicibili, ma non è così».
Almeno è gratificato dal suo ultimo libro?
«Se uno scrittore è onesto sa che ciò che ha appena pubblicato non è il libro con la “L” maiuscola che voleva scrivere, eppure continua a farlo sperando che un giorno porterà a termine il “Libro”, quello buono».
Secondo lei nel mondo di oggi gli scrittori contano ancora qualcosa?
«Sì per i singoli individui, non per i politici e per la politica. Viviamo in un’epoca in cui si legge poco e si guarda molto la televisione: tutto è oggi uno show, compresi i notiziari. E io in nessun modo voglio fare parte dello spettacolo».
Che cosa pensa della Primavera araba?
«È un fatto che naturalmente mi è piaciuto e interessato molto. Non voglio però che vada troppo lontano. Mi sembra bello che i giovani, anche a costo di morire o di essere feriti, ad un certo punto abbiano saputo dire basta».
Ritiene che l’Iran rappresenti un pericolo?
«Sì, non solo per Israele ma per il mondo intero. Ed è proprio Ahmadinejad, negatore dell’Olocausto, colui che in qualche modo oggi lo rappresenta».
Crede che ci sarà una guerra?
«Non ho accesso alle informazioni ufficiali o ufficiose, quindi sarebbe inopportuno se dessi una qualunque risposta. Ma so che molti anni fa è stato deciso che l’Iran non può diventare una potenza nucleare militare».
Come vede la crisi che sta attanagliando il mondo?
«Non capisco molto di economia e di politica, però conosco la cultura, l’educazione e la filosofia. Certo che in America, il Paese in cui vivo, appena parte una campagna elettorale il fango si sparge dappertutto. Il livello si è davvero deteriorato in modo spaventoso e la qualità dei politici è bassissima, il loro linguaggio è volgare. Non esiste più quella fiera nobiltà nell’aspirazione di dirigere una comunità».
È vero che ha rifiutato di essere Presidente dello Stato d’Israele?
«Sì, era improbabile che lo potessi fare. Ho detto di no malgrado le moltissime insistenze. Un giorno, mentre mi trovavo in Israele, un giornalista mi ha detto: “Io non la capisco, non siamo abbastanza importanti per lei visto che rifiuta questo onore?”. Una domanda che mi ha fatto male, anche perché non volevo insultare Israele. Sono un uomo schivo che insegna e scrive. L’unica cosa che domino bene sono le mie parole, se diventassi Presidente non sarebbero più davvero mie. Inoltre sapevo che il mio amico Shimon Peres era il Presidente giusto per Israele».
È importante al giorno d’oggi il ruolo di un intellettuale?
«Sì, ma non negli Stati Uniti. In politica solo in Francia gli intellettuali si mescolano e in qualche modo riescono bene nei loro compiti. Nell’Europa personalmente ho creduto molto, mi è piaciuto pensare che non ci sarebbero state più guerre tra Francia, Germania e Inghilterra. E adesso, quando leggo che l’euro potrebbe avere le ore contate, sto male. Forse allora l’Europa unita era soltanto un’illusione...Io amo quello che unisce e non quello che separa. La letteratura, ad esempio, unisce e lascia sempre una traccia importante di sé negli uomini».
venerdì 2 dicembre 2011
Iran nucleare, Israele si prepara a difendersi
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=42462
Riportiamo dal FOGLIO di oggi,01/12/2011, a pag. III, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " A che punto è lo strike sull'Iran ", gli articoli titolati " I 'fanatici del berillio', l’élite atomica dell’Iran " e " I nuovi droni di Teheran spaventano Israele ".
Ecco i pezzi:
Daniele Raineri - " A che punto è lo strike sull'Iran "
Daniele Raineri
Quando e se il programma nucleare dell’Iran sarà attaccato, non si tratterà di un bombardamento aereo convenzionale. Non sarà una copia delle operazioni fulminee che hanno avuto successo in passato, come il raid sul reattore nucleare di Saddam Hussein a sud-est di Baghdad nel 1981 o contro la base dell’Olp a Tunisi nel 1985. In entrambi i casi si trattò di bersagli facili: singoli, esposti all’aperto, con difese deboli e colte di sorpresa. Oggi in Iran la situazione è completamente differente, ci sono almeno 15 siti atomici, forse di più, nascosti tra le montagne e nel sottosuolo e protetti da un apparato militare che è determinato a mantenersi aggiornato e guardingo. Per questo, secondo Eli Lake, reporter al Pentagono per Newsweek e il sito Daily Beast specializzato in rapporti con il Pentagono e solitamente ben informato, l’operazione israeliana contro l’Iran sarà differente dal passato, un genere di attacco militare completamente nuovo.
Da tempo Israele sviluppa in silenzio misure in grado di confondere, ingannare e incapacitare un sistema di difesa nemico. Per questo l’incursione aerea sarebbe un lavoro misto per una squadra mista: droni Heron capaci di portare non soltanto bombe ma anche un carico tecnologico semisegreto, aerei con piloti umani costruiti per gli attacchi elettronici – appartenenti a un’unità che ha per soprannome “I Corvi” – e infine i convenzionali caccia da combattimento F-15 e F-16.
Gli israeliani possono ingannare i radar del sistema di difesa aereo dell’Iran facendo credere loro che non c’è nessun aereo in volo, oppure che ce ne sono centinaia, con un effetto “nevicata” sugli schermi. Allo stesso tempo un attacco elettronico può colpire e disabilitare i telefoni cellulari, le linee telefoniche convenzionali, la rete internet, la griglia elettrica nazionale e anche le frequenze radio, comprese quelle d’emergenza usate da militari, polizia e vigili del fuoco. I siriani hanno già assaggiato questo tipo di attacco nel settembre 2007, durante l’incursione contro il sito nucleare sospetto di al Khibar. Gli aerei israeliani hanno proiettato sugli schermi dei radar nemici la falsa immagine elettronica di un cielo sgombro e privo di qualsiasi minaccia, e poco dopo, e di colpo, hanno proiettato l’immagine, altrettanto falsa, della presenza di centinaia di aerei.
Quel giorno i radar furono illeggibili – e inservibili. Israele ha sviluppato anche un sistema offensivo capace di imitare il segnale che ordina alle singole celle della rete telefonica di entrare in standby per manutenzione. Il risultato è il blocco temporaneo delle comunicazioni. E possiede anche sistemi che creano interferenze e disturbi per le frequenze radio. E’ verosimile che gli israeliani sfrutterebbero un punto debole scoperto dagli Stati Uniti due anni fa nelle grandi reti elettriche delle città iraniane, che non sono isolate da Internet e quindi sono vulnerabili a virus informatici devastanti come Stuxnet, che è riuscito a prendere il controllo e a distruggere le centrifughe iraniane – dicono gli ufficiali americani. La scoperta è stata fatta nel 2009 dal Joint Warfare Analysis Center, un laboratorio segreto militare americano – dice una fonte a Lake.
La fonte conferma che gli israeliani possiedono la capacità di bloccare gli snodi internet che servono i comandi militari iraniani. Il vecchio modello di incursione aerea, invadere lo spazio aereo nemico, trovare l’obiettivo, colpire e fuggire, a paragone del nuovo sembra ormai primitivo. Ora sono richieste più fasi in rapida successione: accecare il nemico, confonderlo, paralizzare le sue comunicazioni, bombardare e allo stesso tempo distruggere la sua capacità di rappresaglia, o almeno diminuirla significativamente. I bombardamenti investirebbero anche le rampe dei missili balistici già puntati su Israele per rispondere all’attacco – non c’è la possibilità di eliminarli tutti, ma perché non provare? E quindi volare via. Uno dei problemi più grandi è che il programma nucleare è sparpagliato in posti diversi e dentro labirinti di tunnel – è una definizione degli analisti – che rende difficili trovare i singoli siti e ancora più distruggerli. Il presidente iraniano in persona, Mahmoud Ahmadinejad, ha sviluppato una passione personale per i tunnel ed è membro fondatore dell’associazione iraniana per i Tunnel. Molte delle installazioni nel sottosuolo risalgono alla cosiddetta Guerra delle città nel 1987, quando Iran e Iraq si scambiavano bombardamenti con missili Scud sulle grandi città.
Altre si sono aggiunte negli anni, soprattutto con l’intensificarsi delle voci su un possibile strike israeliano: ci sono centinaia di chilometri di cavità in cemento, create da gigantesche macchine sterratrici, che ora forniscono segretezza e protezione. In certi casi i punti d’ingresso sono conosciuti, ma gli strati di roccia sopra e l’estensione garantiscono un buon livello di protezione. Gli americani stanno già lavorando a questa parte dell’operazione, la radiografia dei sotterranei, pur senza potere, ovviamente, schierare squadre a terra, e lo stanno facendo grazie a nuove tecnologie.
La divisione scientifica del Pentagono che si occupa dei progetti più avanzati, la Darpa, ha un intero settore dedicato a questa mappatura da lontano: in pratica, si tratta di vedere attraverso la roccia. Il sito della Darpa annuncia tra i suoi bandi tecnici che c’è bisogno di sensori che scoprano installazioni nascoste e sappiano valutare le attività che vi si compiono, prima e anche dopo un eventuale attacco. Una risposta è l’“Airborne Tomography using Active Electromagnetics”, una tecnologia sviluppata dall’industria mineraria: il terreno è illuminato con onde elettromagnetiche a frequenza molto bassa e il riflesso svela la presenza di cavità e tunnel. Alcuni scienziati in Alaska sono riusciti a disegnare la mappa di tunnel a trenta metri di pronfondità e anche di più.
Secondo il capo del progetto, la gittata dei sensori in futuro potrà agire a mille chilometri di distanza: “Dovranno essere posizionati su una nave, o su una piattaforma petrolifera, chissà”. Il Darpa è anche convinto che sia possibile identificare il tipo di attività che si compie sotto la roccia, come il traffico di veicoli e la presenza di materiali radioattivi. Forse è già all’opera. L’Iran si è già lamentato in passato per l’intrusione di droni americani nel proprio spazio aereo e alcuni osservatori sospettano che Washington stia usando il drone invisibile, l’RQ-170, la supersegreta “Bestia di Kandahar”, come è stata soprannominata dagli analisti civili che l’hanno intravista in Afghanistan (che confina con l’Iran). La mappatura delle installazioni sotterranee non risolve il problema principale: possono essere distrutte? Gli Stati Uniti stanno investendo montagne di dollari nello sviluppo di una bomba di profondità capace di penetrare 30 metri di roccia o 60 di cemento prima di esplodere con una tonnellata di esplosivo, la cui sigla tecnica MOAB è stata subito trasformata in “Madre di tutte le bombe”.
Ma gli Stati Uniti stanno studiando opzioni meno primitive. Una è una tecnica di volo che fa arrivare con precisione le bombe anti bunker in orizzontale contro l’ingresso del bunker. Il sito potrebbe resistere, ma se le entrate sono distrutte, nulla può più uscire o entrare. Un’altra opzione sono le bombe termobariche, che provocano un’onda d’urto che viaggia all’interno dei tunnel e prosegue oltre gli angoli senza perdere efficacia come succede nelle esplosioni normali.
L’impatto si propaga per trecento metri. O ancora: spezzoni incendiari come palloni elastici che rimbalzano velocissimi e possono raggiungere gli angoli più remoti delle basi sotterranee, arroventando l’aria fino a mille gradi in pochi secondi.
" I 'fanatici del berillio', l’élite atomica dell’Iran "
Roma. Quando l’ayatollah Khomeini accettò il cessate il fuoco che mise fine alla guerra tra Iran e Iraq nel 1988, il regime iraniano avviò la fase più ambiziosa del suo programma segreto di armamento nucleare. In quell’anno, le Guardie della Rivoluzione crearono un programma atomico top secret, nome in codice “Grande piano”. Alcuni di quelli che ne hanno fatto parte sono stati uccisi in questi due anni, c’è chi dice dalla lunga mano d’Israele. Ne restano quattro al vertice del progetto.
Sono i figli della militarizzazione del programma nucleare che ha subìto un’accelerazione dopo l’elezione alla presidenza di Ahmadinejad. Sono gli scienziati iraniani che hanno ricevuto dal regime il compito di triplicare l’arricchimento dell’uranio. Vengono tutti dall’Università Imam Hussein, una specie di scuola militare d’élite ideologica creata durante la guerra con l’Iraq e che prende il nome dal nipote di Maometto. Questi scienziati vivono oggi protetti dalla rete dei siti segreti per la fabbricazione di armi nucleari, progettata dal regime non soltanto per ampliare il programma, ma anche per garantirne la sopravvivenza in caso di attacco.
Fanno parte del “markaz amadegi va fannavari novin pishrafteh defaee”, ovvero il Centro per la preparazione e la nuova tecnologia difensiva avanzata.
Li chiamano i “fanatici del berillio”, il materiale che in virtù della sua leggerezza e del suo punto di fusione molto alto è impiegato nelle astronavi, nei satelliti, ma anche nella costruzione di reattori e missili nucleari. I dottor Stranamore versione mullah si conoscono fin da quando, nel 2004, gli oppositori del Mek (i mujaheddin del popolo) li svelarono all’Aiea.
Gente come Mansoor Asgari e Majid Rezazadeh, allievi del “padre della bomba islamica”, Abdul Qadeer Khan, l’ingegnere di Islamabad che ha procurato all’Iran, come alla Corea del nord, le centrifughe P1 e P2 grazie alla sua rete mondiale di fornitori. Il numero uno è Mohsen Fakhrizadeh, un ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione fin dagli esordi e soprattutto responsabile del “Programma 111”, ovvero di quella parte del piano nucleare dedicata alla costruzione di missili capaci di trasportare la bomba nucleare e di farla detonare. Al suo fianco lavora Fereydoon Abbasi Davani, pioniere della fisica e nuovo capo dell’Iran Atomic Energy Organization, l’agenzia che ha in mano i destini della bomba atomica degli ayatollah. Davani un anno fa è scampato per miracolo a un tentativo di assassinio, durante il quale è rimasto ucciso il suo collega, Majid Shahriari (quest’ultimo è diventato un “martire” della Rivoluzione).
Al vertice del Walhalla nucleare c’è Davani, che nel 2004 le Nazioni Unite inserirono nella lista dei quattro scienziati di Teheran più importanti, accusandolo di essere coinvolto in “attività balistiche illecite”. Secondo oppositori del regime, Davani è “uno dei pochi specialisti in grado di separare gli isotopi”, processo cruciale nella produzione di combustibile nucleare. Abbasi non lascia mai il paese, tranne lo scorso agosto, quando è volato a Vienna per un incontro all’Aeia. Non lo si era mai visto fuori dall’Iran.
" I nuovi droni di Teheran spaventano Israele "
Roma. Il 23 novembre scorso un drone di produzione israeliana, l’Heron Machatz- 1, è inspiegabilmente precipitato nella regione meridionale del Libano, controllata da Hezbollah. Da tempo impegnati a decifrare il sistema di controllo degli aerei senza pilota di Tsahal, e convinti che la sorte avesse riservato loro un’inaspettata sorpresa, i miliziani libanesi hanno trasportato l’Heron all’interno della base di Siddiqin, dove il velivolo è però esploso causando la distruzione di un intero arsenale di munizioni.
L’intelligence militare di Gerusalemme, Aman, si è intestata i meriti della “sofisticata azione di sabotaggio” ma, indipendentemente dalla veridicità dello spin israeliano, l’episodio segnala un aspetto poco noto dello scontro in atto tra Iran e occidente: quello della guerra dei droni. Iniziata al termine della guerra con l’Iraq, la produzione di droni da parte dell’autarchica industria bellica iraniana si è notevolmente intensificata negli ultimi anni grazie a un massiccio stanziamento di fondi statali.
Il gap con i velivoli americani resta ampio, ma i progressi registrati preoccupano Israele. Il principale esempio di aereo senza pilota iraniano è l’Ababil (in farsi significa rondine): prodotto nel 1993 per compiti di ricognizione aerea, negli ultimi tempi si è prima trasformato nell’A-3 e poi nell’A-T, un drone dotato di testata altamente esplosiva. Entrambi i modelli sono già stati impiegati nel teatro di guerra. Venduto a Hezbollah durante il conflitto con Israele, nel 2006 un Ababil ha raggiunto il cielo di Haifa prima di essere abbattuto dagli israeliani, mentre nel 2009 due caccia americani ne hanno disintegrato uno che sorvolava l’Iraq dopo un’ora di pedinamento. Il drone di nuova generazione è invece il Karrar, il bombardiere. Sfornato nel 2010, “l’ambasciatore di morte” – com’è stato soprannominato dal presidente Mahmoud Ahmadinejad – è un velivolo di lunga distanza (copre circa mille chilometri) che può essere equipaggiato con bombe intelligenti da oltre 200 chilogrammi. Il vero punto di non ritorno sarebbe però progettare un drone in grado di volare per 1.700 chilometri – la distanza che separa il confine iraniano da quello israeliano – e di renderlo invisibile ai radar: un obiettivo a cui Teheran starebbe lavorando alacremente.
Secondo la versione ufficiale del regime, in cantiere ci sarebbero il Sofreh Mahi (il raggio d’aquila), un mezzo stealth dalla forma di diamante che dovrebbe essere pronto nel giro di cinque anni, e lo Sharapah (la farfalla) che, elaborato dall’Università di Tabriz, dovrebbe volare ad un altezza di oltre quattromila metri. In attesa di produrre modelli dotati di tale autonomia, la Repubblica islamica cerca di supplire alla mancanza dotando Hezbollah dei suoi droni più avanzati. Dal 2004 i miliziani sciiti sono in possesso del rudimentale Mohajer (il migrante) e degli Ababil, e ora dovrebbero aver ricevuto anche i nuovi Karrar. “Ma senza capacità stealth – fanno notare da Gerusalemme – non potranno mai colpirci”. Gli iraniani prendono nota e lottano contro il tempo.
Terzi 'potrebbe' chiudere l'ambasciata italiana in Iran. Modo e verbo sbagliati
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=42461
Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 01/12/2011, a pag. 20, gli articoli di Andrea Malaguti e Paolo Mastrolilli titolati " Londra espelle i diplomatici iraniani " e " L’esplosione a Isfahan è stata un sabotaggio ".
Ecco i pezzi, preceduti dal comunicato di Fiamma Nirenstein dal titolo " Tutti i parlamenti si adoperino per contrastare le minacce a un Medio Oriente stabile ".
Fiamma Nirenstein - " Tutti i parlamenti si adoperino per contrastare le minacce a un Medio Oriente stabile "
Fiamma Nirenstein
Dichiarazione dell'On. Fiamma Nirenstein, Presidente del Consiglio Internazionale dei Parlamentari Ebrei (ICJP), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati
Roma - "La recente pubblicazione del rapporto dell’Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA) ha rivelato che l'Iran è in una fase avanzata di sviluppo di armi nucleari. A causa della minaccia ripetuta contro Israele e l’Occidente, in qualità di Presidente del Consiglio Internazionale dei Parlamentari Ebrei, vorrei esprimere la mia preoccupazione personale, e quella dei miei colleghi parlamentari, per gli ultimi sviluppi in Medio Oriente.
Un Iran nucleare è una minaccia non solo per Israele, ma per tutto il mondo libero. Come chiarito nel rapporto dell'AIEA, l'attuale sviluppo di tecnologie nucleari in corso in Iran è spiegabile solamente con il loro futuro utilizzo su missili Shahab-3, già in possesso del regime degli Ayatollah. Questi missili, e le loro versioni avanzate in via di sperimentazione in Iran (Shahab-4 e 5), hanno la capacità di raggiungere gli obiettivi sia in Israele che in Europa occidentale.
Ad aumentare le preoccupazione per la corsa allo sviluppo di tecnologia nucleare, c'e' la visione millenaria del presidente Ahmadinejad, ribadita persino dal podio delle Nazioni Unite, che indica chiaramente come il mondo occidentale sia il nemico giurato dell'Iran.
In aggiunta alla crescente minaccia iraniana, c'è stato un aumento nell’aggressivo attivismo della politica palestinese che preclude ogni possibilità di riavviare il processo di pace. Oggi, ci troviamo di fronte alla realtà di un nuovo accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas, un'organizzazione il cui scopo è distruggere lo Stato di Israele. Questo è in contrasto con l'obiettivo ripetuto in piu' occasioni dal presidente palestinese Mahmoud Abbas di creare uno Stato palestinese a fianco dello Stato ebraico di Israele.
I palestinesi hanno recentemente intrapreso diverse iniziative unilaterali, osili alla via dei negoziati, nel tentativo di diventare membro a pieno titolo delle Nazioni Unite e nell’ottenere l’adesione piena all’UNESCO. Ammettendo i palestinesi come membri a pieno titolo nell'organizzazione, l'UNESCO ha aggiunto un altro tassello alla sua costante politica di obliterazione del rapporto immemorabile tra il popolo ebraico e la sua terra - Israele.
Il Consiglio internazionale dei parlamentari ebrei ritiene che questi nuovi sviluppi debbano tenuti in seria considerazione da tutte le istituzioni e gli attori internazionali. Invitiamo i parlamentari di tutto il mondo ad agire contro queste minacce alla stabilita' mediorientale e all'ordine mondiale, ad inasprire le sanzioni contro l'Iran e a lavorare per la ripresa dei negoziati israelo-palestinesi senza la partecipazione dell'organizzazione terroristica Hamas".
www.fiammanirenstein.com
Andrea Malaguti - " Londra espelle i diplomatici iraniani "
Giulio Terzi
«Chiediamo l’immediata chiusura dell’ambasciata iraniana a Londra». Westminster, mezzogiorno, sono passate meno di ventiquattro ore dall’assalto degli studenti fondamentalisti alle sedi diplomatiche inglesi di Teheran e il Parlamento di Sua Maestà è pieno fino a scoppiare. C’è tensione. Il ministro degli Esteri, William Hague prende la parola e pronuncia un discorso complicato che deve sembrare durissimo - lo è - lasciando però uno spiraglio alla ragionevolezza. Siamo sull’orlo del precipizio. Non siamo ancora piombati di sotto. È questo il messaggio che vuole mandare verso Oriente, avendo ben chiaro che l’Iran è alle prese con una feroce battaglia interna che vede da una parte il presidente Mahmoud Ahmadinejad, paradossalmente più disposto al dialogo con il mondo occidentale, e dall’altra l’establishment conservatore, rappresentato dallo speaker del Parlamento, Ali Larjani e incarnato dal leader supremo della Rivoluzione, l’Ayatollah Ali Khamenei. È a loro che si ispirano gli studenti basiji che hanno guidato i disordini di martedì.
Alla House of Commons c’è il silenzio dei momenti decisivi e Hague cerca di tenere sotto controllo il suo groviglio di nervi sbagliati. «Nessun Paese che renda impossibile la nostra presenza sul suo territorio può aspettarsi di avere un’ambasciata funzionante da noi. I rappresentanti diplomatici di Teheran hanno 48 ore per lasciare la Gran Bretagna». Compatto boato d’assenso. Londra ha raccolto solidarietà in ogni angolo del pianeta. Da Mosca a Washington. Solo la Cina, che moltiplica quotidianamente i propri affari con l’Iran, non ha fatto sentire la sua voce. E Teheran, nel giorno della rivolta, grazie all’aumento di due dollari al barile del petrolio, ha incassato cinque milioni di dollari imprevisti. Dettagli, forse, ma di un certo rilievo. Il ministro degli esteri italiano, Giulio Terzi, chiarisce che sta valutando l’ipotesi di chiudere la sede di Teheran e di avere convocato, esattamente come hanno fatto la Germania e la Svezia, l’ambasciatore iraniano nella capitale. La Francia invece richiama il suo ambasciatore da Teheran, mentre Alain Juppé, ministro degli Esteri, invoca «sanzioni tali da ridurre il regime alla paralisi, cominciando col congelamento degli asset bancari e col blocco delle esportazioni di petrolio». Anche la Norvegia chiude temporaneamente la propria sede iraniana, mentre stamattina è previsto un incontro a Bruxelles di tutti i ministri degli esteri dell’Unione.
Forte del consenso internazionale Hague parla pochi minuti dopo avere avuto la certezza che i 26 rappresentanti dello staff inglese e l’ambasciatore Dominick Chilcott sono a bordo di un aereo che li sta riportando a casa. Richiamati a Londra per precauzione e nel contempo «espulsi» dal governo iraniano che non voleva essere da meno di quello britannico. «È chiaro che il governo iraniano sapeva - ha spiegato Hague -. È come se a una gang di ragazzi di strada fosse stata data la possibilità di entrare nelle case e di procurare il massimo di danni possibile».
Lunedì sera, alla vigilia della manifestazione annunciata per protestare contro le nuove sanzioni imposte da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo la denuncia dell’International Atomic Energy Agency sulla ripresa del programma nucleare iraniano, Hague si era sentito in dovere di fare un’irrituale telefonata a Teheran per chiedere che la sicurezza dei cittadini inglesi fosse garantita. «Invece gli studenti hanno distrutto ogni cosa. Oggetti privati e documenti segreti. Chiederemo i danni. Ma di certo la nostra reazione non finirà qui». Poi il ponte. «Le relazioni diplomatiche saranno ridotte al minimo. Ma parteciperemo ancora ad incontri internazionali a cui l’Iran sarà presente».
Chi non crede alle mediazioni è invece il conservatore Bernard Jenkin, che decide di consegnare alla Camera il suo sgangherato intervento. «Dopo decenni di mediazioni fallimentari è ora di prendere in considerazione l’ipotesi di un attacco armato». Qualcuno applaude. Ha voglia di guerra. E non è il solo.
Paolo Mastrolilli - " L’esplosione a Isfahan è stata un sabotaggio "
Il sito di Isfahan
L’ esplosione avvenuta lunedì a Isfahan ha danneggiato l’impianto nucleare della città iraniana e non è stata frutto di un incidente. A rivelarlo è il «Sunday Times», citando fonti di intelligence israeliane. Il giornale britannico però non dà spiegazioni sulle modalità e le responsabilità del presunto sabotaggio, e non offre altre conferme oltre a quella dei servizi segreti dello Stato ebraico.
Lunedì gli abitanti della città ad Ovest di Teheran hanno sentito una forte esplosione. In un primo momento l’agenzia semi-ufficiale Fars ha riportato la notizia, ma poi l’ha cancellata, e lo stesso governatore della zona ha smentito l’episodio. La gente impaurita, però, ha chiamato i pompieri, e la confusione seguita al loro arrivo ha costretto le autorità ad ammettere che qualcosa era successo. Poco dopo quindi è stata pubblicata la versione ufficiale, secondo cui c’era stata effettivamente un’esplosione, che era avvenuta in maniera accidentale durante alcune esercitazioni militari. Niente a che vedere con gli impianti nucleari, dunque.
Dal 2004 a Isfahan è operativo un centro per la conversione dell’uranio, che serve ad alimentare le centrifughe per l’arricchimento a Natanz e Qom. In sostanza una struttura funzionale al progetto atomico di Teheran, anche sul piano dell’impiego militare.
Ieri il «Sunday Times», citando fonti dell’intelligence israeliana, ha rivelato che in realtà l’esplosione di lunedì era avvenuta proprio dentro l’impianto nucleare. Come prova ha usato foto satellitari, che dimostrano danni non compatibili con un semplice incidente, escluso dagli esperti sentiti dal giornale. Dunque la conclusione logica è che si sia trattato di sabotaggio.
Il «Sunday Times» però non spiega chi sarebbe responsabile di questa azione, come l’ha condotta e perché. Da qualche tempo girano voci di un possibile intervento militare israeliano per fermare il programma nucleare iraniano, ma il giornale britannico non fa riferimento a questa ipotesi.
Il 12 novembre scorso un altro incidente aveva scosso la Repubblica islamica. Questo era accaduto in una base militare del villaggio di Bidganeh, circa quaranta chilometri a SudEst di Teheran. Un’esplosione aveva ucciso una ventina di militari, tra cui il generale Hasan Tehrani Moghaddam, considerato l’ispiratore del programma missilistico iraniano. Proprio in quei giorni la Repubblica islamica aveva ottenuto dei risultati importanti in questo settore, provando nuove armi. L’incidente era stato collegato all’utilizzo di nuove tecniche per lo sviluppo dei missili, ma ora la vicenda di Isfahan fa sospettare il sabotaggio anche in questo caso. Voci del genere servono comunque a provocare una reazione da parte di Teheran, che consente agli analisti di intelligence di fare valutazioni sulle sue vere attività.
Storm Warnings: The Muslim Brotherhood and Egypt’s Future
After a round of deadly violence, an estimated 80% of Egyptians peacefully voted in the first round of parliamentary elections.
The results are a blow to those who hoped for a transition to a democratic civil society. Media reports indicate that early returns show the Muslim Brotherhood’s political front group — the Democratic Alliance for Egypt — appears to have won as much as 45% of the vote with another 20 - 25% gained by the Islamic Bloc, the political arm of the Salafis. Despite some differences, both the Brotherhood and the Salifis share an Islamist ideology permeated with hatred of both the Israel and the United States.
What are the implications of an Egypt led by the Muslim Brotherhood?
Storm Warnings: The Muslim Brotherhood and Egypt’s Future, the Simon Wiesenthal Center’s newest report prepared by Dr. Harold Brackman, exposes the Muslim Brotherhood for what it is: an enemy of democracy and peace.
This report documents the Brotherhood’s obsession with anti-Jewish conspiracy theories, its hostility towards Israel and its thinly-veiled plans to kill the Egyptian-Israel peace treaty. The Brotherhood’s recent protestations of being democratic are hollow given its long history of hatred for free elections and its continuing animosity for freedom of Egypt’s women as well as for Egypt’s embattled Coptic Christian minority.
The stakes are astronomical - for the Egyptian people, for the Arab and Muslim world of which Egypt is the pivot, as well as the United States and Israel.
The results are a blow to those who hoped for a transition to a democratic civil society. Media reports indicate that early returns show the Muslim Brotherhood’s political front group — the Democratic Alliance for Egypt — appears to have won as much as 45% of the vote with another 20 - 25% gained by the Islamic Bloc, the political arm of the Salafis. Despite some differences, both the Brotherhood and the Salifis share an Islamist ideology permeated with hatred of both the Israel and the United States.
What are the implications of an Egypt led by the Muslim Brotherhood?
Storm Warnings: The Muslim Brotherhood and Egypt’s Future, the Simon Wiesenthal Center’s newest report prepared by Dr. Harold Brackman, exposes the Muslim Brotherhood for what it is: an enemy of democracy and peace.
This report documents the Brotherhood’s obsession with anti-Jewish conspiracy theories, its hostility towards Israel and its thinly-veiled plans to kill the Egyptian-Israel peace treaty. The Brotherhood’s recent protestations of being democratic are hollow given its long history of hatred for free elections and its continuing animosity for freedom of Egypt’s women as well as for Egypt’s embattled Coptic Christian minority.
The stakes are astronomical - for the Egyptian people, for the Arab and Muslim world of which Egypt is the pivot, as well as the United States and Israel.
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- Ho 27 anni, mi piaciono le culture straniere, in particolare quelle del Giappone e dell'est europa. Non mi piaciono gli antisemiti e i razzisti in generale, ecco perchè questo blog. E-mail per segnalazioni : mclcx2002@yahoo.it
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