venerdì 4 novembre 2011
Nucleare iraniano: perchè un attacco preventivo è auspicabile.
Nella tabella a fianco Il testo recita: civiltà, nazioni e imperi che hanno tentato di distruggere il popolo ebraico.
Israele, la più piccola fra le nazioni, ma con un Amico nelle alte sfere.
Perciò…fai il bravo!
Sul nucleare iraniano, i piani di attacco di Usa e Gran Bretagna svelati dal Guardian, su un ipotetico attacco israeliano sono usciti diversi articoli sui quotidiani italiani di questa mattina. Gli articoli sono in disaccordo fra loro per quanto riguarda il ruolo di Israele in un possibile attacco ai siti nucleari iraniani, sulle tempistiche, sul numero di ministri israeliani favorevoli e contrari all’attacco. Ciò che è sicuro è che il governo israeliano non ha ancora preso una decisione al riguardo. Particolarmente ostile Michele Giorgio sul Manifesto, poco accurati un articolo a pag. 3 del Foglio e Claudio Gallo a pag. 17 della Stampa. Che non riportiamo.
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 03/11/2011, a pag. 3, l’editoriale dal titolo “Bombardare le centrali iraniane”, un commento accurato che chiarisce i termini della questione:
Le buone maniere per l’Iran si sono dimostrate finora soltanto un invito a completare il suo progetto nucleare. Ahmadinejad ha già annunciato che le sanzioni sono come un fazzoletto usato da buttare. Gli esperti concordano sui tempi brevissimi prima dell’ora X, dopo la quale il mondo dovrà convivere con l’atomica iraniana. Teheran sta marciando spedito oltre la nostra povera immaginazione verso la costruzione del suo ordigno fatale (lo dirà, pare, anche un rapporto dell’Aiea). L’uranio impoverito è un bisogno esistenziale per questo regime iraniano legato a un disegno egemonico nella regione. Inoltre, per i seguaci della Rivoluzione khomeinista la devastazione atomica è un viatico per il ritorno del Messia sciita. Israele non può permettersi che il popolo ebraico viva ancora sotto la minaccia di un nuovo Olocausto in fieri. Per questo da giorni il governo israeliano, per bocca dello stesso primo ministro Netanyahu, dei suoi consiglieri, del ministro degli Esteri Lieberman e di quello della Difesa Barak, è in crescente agitazione e sarebbe pronto, si dice, all’uso della forza per fermare gli ayatollah. Secondo Haaretz, Netanyahu sta convincendo i propri ministri ad appoggiare l’attacco. Non è chiaro se Gerusalemme agirà senza la luce verde di Washington. Ma sarebbe certamente suo diritto vitale alzare in volo i caccia e arrestare questa diabolica impresa tecnologico-politica. Il regime islamico ha inventato vari nascondigli del suo programma per vent’anni. Lo strike è quindi una impresa rischiosa e anche all’interno d’Israele ci sono voci che mettono in dubbio l’efficacia di un bombardamento dal cielo. L’atomica iraniana però non sarebbe fatale solo per Gerusalemme. Scatenerebbe la corsa al nucleare in tutto il medio oriente: l’Iraq tremerà di paura per il rischio continuo di invasione, mentre l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Turchia vorranno anche loro metterci le mani. Anche l’Europa sarebbe sotto tiro. Hezbollah potrebbe usare i missili senza paura della risposta israeliana, e anche Hamas mirerà su Tel Aviv, adagiata su un tappeto persiano fatto di neutrini. L’atomica iraniana sarebbe la fine d’Israele anche senza colpo ferire: la sua economia fatta di investimenti internazionali si deprimerebbe, l’emigrazione si arresterebbe, i migliori cervelli riprenderebbero la via dell’esilio, la deterrenza verrebbe meno. L’Iran ha motivazioni da vendere per incenerire Israele. Tra poco rischia di ottenere i mezzi per farlo. Spetta all’America far sì che lo stato ebraico non si senta isolato e decida di agire da solo in nome del celebre “Never again”. L’occidente non può restare a guardare mentre colui che progetta ogni giorno la distruzione del popolo ebraico e nega la Shoah arricchisce al venti per cento l’uranio.
Israele, la più piccola fra le nazioni, ma con un Amico nelle alte sfere.
Perciò…fai il bravo!
Sul nucleare iraniano, i piani di attacco di Usa e Gran Bretagna svelati dal Guardian, su un ipotetico attacco israeliano sono usciti diversi articoli sui quotidiani italiani di questa mattina. Gli articoli sono in disaccordo fra loro per quanto riguarda il ruolo di Israele in un possibile attacco ai siti nucleari iraniani, sulle tempistiche, sul numero di ministri israeliani favorevoli e contrari all’attacco. Ciò che è sicuro è che il governo israeliano non ha ancora preso una decisione al riguardo. Particolarmente ostile Michele Giorgio sul Manifesto, poco accurati un articolo a pag. 3 del Foglio e Claudio Gallo a pag. 17 della Stampa. Che non riportiamo.
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 03/11/2011, a pag. 3, l’editoriale dal titolo “Bombardare le centrali iraniane”, un commento accurato che chiarisce i termini della questione:
Le buone maniere per l’Iran si sono dimostrate finora soltanto un invito a completare il suo progetto nucleare. Ahmadinejad ha già annunciato che le sanzioni sono come un fazzoletto usato da buttare. Gli esperti concordano sui tempi brevissimi prima dell’ora X, dopo la quale il mondo dovrà convivere con l’atomica iraniana. Teheran sta marciando spedito oltre la nostra povera immaginazione verso la costruzione del suo ordigno fatale (lo dirà, pare, anche un rapporto dell’Aiea). L’uranio impoverito è un bisogno esistenziale per questo regime iraniano legato a un disegno egemonico nella regione. Inoltre, per i seguaci della Rivoluzione khomeinista la devastazione atomica è un viatico per il ritorno del Messia sciita. Israele non può permettersi che il popolo ebraico viva ancora sotto la minaccia di un nuovo Olocausto in fieri. Per questo da giorni il governo israeliano, per bocca dello stesso primo ministro Netanyahu, dei suoi consiglieri, del ministro degli Esteri Lieberman e di quello della Difesa Barak, è in crescente agitazione e sarebbe pronto, si dice, all’uso della forza per fermare gli ayatollah. Secondo Haaretz, Netanyahu sta convincendo i propri ministri ad appoggiare l’attacco. Non è chiaro se Gerusalemme agirà senza la luce verde di Washington. Ma sarebbe certamente suo diritto vitale alzare in volo i caccia e arrestare questa diabolica impresa tecnologico-politica. Il regime islamico ha inventato vari nascondigli del suo programma per vent’anni. Lo strike è quindi una impresa rischiosa e anche all’interno d’Israele ci sono voci che mettono in dubbio l’efficacia di un bombardamento dal cielo. L’atomica iraniana però non sarebbe fatale solo per Gerusalemme. Scatenerebbe la corsa al nucleare in tutto il medio oriente: l’Iraq tremerà di paura per il rischio continuo di invasione, mentre l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Turchia vorranno anche loro metterci le mani. Anche l’Europa sarebbe sotto tiro. Hezbollah potrebbe usare i missili senza paura della risposta israeliana, e anche Hamas mirerà su Tel Aviv, adagiata su un tappeto persiano fatto di neutrini. L’atomica iraniana sarebbe la fine d’Israele anche senza colpo ferire: la sua economia fatta di investimenti internazionali si deprimerebbe, l’emigrazione si arresterebbe, i migliori cervelli riprenderebbero la via dell’esilio, la deterrenza verrebbe meno. L’Iran ha motivazioni da vendere per incenerire Israele. Tra poco rischia di ottenere i mezzi per farlo. Spetta all’America far sì che lo stato ebraico non si senta isolato e decida di agire da solo in nome del celebre “Never again”. L’occidente non può restare a guardare mentre colui che progetta ogni giorno la distruzione del popolo ebraico e nega la Shoah arricchisce al venti per cento l’uranio.
giovedì 3 novembre 2011
Israel Palestinian Conflict: The Truth About the Peace Process
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Unesco: commenti dagli Usa di Piera Prister, Maurizio Molinari Obama taglia i fondi, ma questo risultato è la conseguenza della sua politica
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=42064
Informazione Corretta-ONU e UNESCO: la politica di Obama tutta inchini ed aperture mette a repentaglio la sicurezza di Israele
di Piera Prister

Oggi 31 ottobre 2011 la Palestina e’ entrata a far parte dell’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura: favorevoli 107 paesi, contrari 14, astenuti 52. La Francia a sorpresa ha votato a favore, e cosi’ Spagna, Grecia, Austria, Belgio, Lussemburgo, Russia… L’Italia non ha votato contro, ma si e’ astenuta. Proprio ora le parole di Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato americano risuonano alle radio e alle televisioni: REGRETTABLE, PREMATURE AND UNDERMINE OUR SHARED GOAL TO A COMPREHENSIVE JUST AND LASTING PEACE IN THE MIDDLE EAST. (l’ammissione della Palestina e’ deplorevole, prematura, e mina il nostro comune allargato obiettivo per una pace giusta e duratura nel Medio Oriente) .
E noi aggiungiamo che l’ UNESCO e’ un foro di propaganda anti-israeliana e che Abu Mazen, presidente portavoce della PA e degno erede di Arafat, non e’ credibile perche’ e’ un antisemita e un negazionista della Shoah. Cosi’ la Palestina, e’ entrata a far parte di un’agenzia dell’Onu proprio mentre quei terroristi palestinesi cosi’ amanti della pace, che vengono chiamati dal Corriere con la parola “combattenti”, il 29 ottobre 2011, hanno di nuovo lanciato da Gaza missili assassini contro civili in Israele, con un morto e molti feriti, in una guerra di terrore cui e’ sottoposta senza tregua la nazione ebraica, con la complicita’ della disinformazione e delle carte truccate dei media, a cui ricorre anche il nostro Corriere della Sera con i suoi giochetti linguistici, dietro cui c’e’ un uso distorto della semantica dell’eufemismo che serve per disinformare e ingannare i lettori. Quello che e’ avvenuto oggi all’UNESCO e’ il risultato della politica anti-israeliana del presidente Obama che ha intimato ad Israele di ritornare ai confini del ’67, con Gerusalemme divisa in due capitali, ignorando totalmente che Hamas ed Hezbollah bracci armati dell’Iran mirano alla sua distruzione e che ci sono due fazioni palestinesi nemiche, Fatah e Hamas.
E’ notorio ormai, che sin dall’inizio della sua presidenza il presidente Obama e’ tutto inchini ed overtures verso i nemici di Israele, dimentico delle sue promesse -da marinaio- quando candidato presidenziale alla Casa Bianca ando’ in visita in Israele a raccattare voti, e dichiaro’ che si immedesimava negli Israeliani sottoposti al bombardamento di migliaia di missili e che egli stesso non avrebbe tollerato di far vivere le sue due figliole, Sacha e Malia in una casa esposta a tale rischio. Inoltre nel suo recente discorso commemorativo a Ground Zero, lo smemorato Obama non ha citato Israele fra le nazioni colpite dal terrorismo. Un’ omissione grave e voluta, “ma Israele non dimentica e non perdona”! (Shimon Peres). Se oggi la Palestina e’ entrata a far parte dell’Unesco lo dobbiamo anche alla irresponsabilita’ di Obama. Ma qui negli Stati Uniti c’e una grande maggioranza di cittadini a favore di Israele e c’e’ un Congresso filo-israeliano risoluto a far sentire la sua voce. Proprio nel passato mese di settembre, i candidati presidenziali repubblicani alla Casa Bianca come Rick Perry e Mitt Romney, intellettuali e uomini di cultura hanno fatto quadrato intorno allo stato ebraico per difenderlo; e John Bolton, ex ambasciatore americano all’ONU – che nell’anno corrente e’ stato insignito a N.Y. insieme a Fiamma Nirenstein e Jose’ Aznar del premio internazionale “Amici di Israele”- ha chiamato a raccolta nel Campus di Touro College, tutti i difensori d’Israele, dichiarando che bisognava tagliare i fondi all’ONU. Di conseguenza il Congresso Americano -la cui House of Representatives e’ solo da un anno a maggioranza repubblicana- in seguito ad una decisione dello scorso 5 ottobre 2011, ha congelato fondi per 200 milioni stanziati per lo sviluppo di infrastrutture a Gaza, per dissuadere il truffaldino Abu Mazen, alias Mahmoud Abbas dal cercare il riconoscimento di uno autoproclamato stato palestinese, da parte dei membri delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro. Anzi la Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti del Congresso oltre a bloccare 200 millioni di dollari nell’assistenza economica a Gaza ( the Republican-led Committee in the House, House of Foreign Affairs Committee, put a hold on $200 million in economic assistance) sta indagando anche sull’uso che le autorita’ palestinesi fanno del denaro assegnato loro. Ma cio’ non ha dissuaso il presidente Abu Mazen dall’indirizzare il suo discorso ai membri del Consiglio dell’ONU e a procedere nel sottoporre la sua richiesta anche al Consiglio di Sicurezza; e malgrado cio’, oggi, 31 ottobre a Parigi, l’infaticabile faccendiere ha appena chiesto ai 198 membri dell’Unesco la membership per la Palestina, che in base allo scrutinio dei voti, a maggioranza ne e’ entrata a far parte. Gli Stati Uniti hanno votato contro, ma troppo tardi, quando la politica filoaraba di Obama che non ha mai nascosto la sua mala disposizione verso Israele, sta producendo i suoi frutti avvelenati. Il congelamento corrente di 200 milioni di dollari da parte del Congresso e’ propedeutico ad un altro imminente di 358 milioni di dollari, destinati ai Palestinesi della West Bank (Cisgiordania) e Gaza.
Dal 1994 i Palestinesi hanno ricevuto 3.3 miliardi di dollari in aiuti dagli Stati Uniti per la loro crescita economica, istruzione, infrastrutture, strade scuole e acqua potabile. Il Congresso Americano aveva anche gia’minacciato l’UNESCO che avrebbe ritirato tutti gli aiuti che gli Stati Uniti devolvono ai paesi membri se si fossero fatti complici di Abu Mazen nel votare a maggioranza per l’ammissione della Palestina, come poi e’ avvenuto oggi. Correntemente l’Unesco riceve il 22% dei suoi fondi dagli Stati Uniti. E’ chiaro che il Congresso Americano sia ormai deciso con la sua determinazione, a tagliare tutti i fondi e aiuti alla Palestina –to cut off all funding- anche perche’ Abu Mazen, ringalluzzitosi per il suo successo odierno si ostinera’ a procedere in solitaria senza considerare le ragioni di Israele a cui non riconosce nemmeno il diritto all’esistenza.
Piera Prister Bracaglia Morante
La Stampa-Maurizio Molinari: " La risposta americana, stop ai finanziamenti"

Informazione Corretta-ONU e UNESCO: la politica di Obama tutta inchini ed aperture mette a repentaglio la sicurezza di Israele
di Piera Prister
Oggi 31 ottobre 2011 la Palestina e’ entrata a far parte dell’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura: favorevoli 107 paesi, contrari 14, astenuti 52. La Francia a sorpresa ha votato a favore, e cosi’ Spagna, Grecia, Austria, Belgio, Lussemburgo, Russia… L’Italia non ha votato contro, ma si e’ astenuta. Proprio ora le parole di Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato americano risuonano alle radio e alle televisioni: REGRETTABLE, PREMATURE AND UNDERMINE OUR SHARED GOAL TO A COMPREHENSIVE JUST AND LASTING PEACE IN THE MIDDLE EAST. (l’ammissione della Palestina e’ deplorevole, prematura, e mina il nostro comune allargato obiettivo per una pace giusta e duratura nel Medio Oriente) .
E noi aggiungiamo che l’ UNESCO e’ un foro di propaganda anti-israeliana e che Abu Mazen, presidente portavoce della PA e degno erede di Arafat, non e’ credibile perche’ e’ un antisemita e un negazionista della Shoah. Cosi’ la Palestina, e’ entrata a far parte di un’agenzia dell’Onu proprio mentre quei terroristi palestinesi cosi’ amanti della pace, che vengono chiamati dal Corriere con la parola “combattenti”, il 29 ottobre 2011, hanno di nuovo lanciato da Gaza missili assassini contro civili in Israele, con un morto e molti feriti, in una guerra di terrore cui e’ sottoposta senza tregua la nazione ebraica, con la complicita’ della disinformazione e delle carte truccate dei media, a cui ricorre anche il nostro Corriere della Sera con i suoi giochetti linguistici, dietro cui c’e’ un uso distorto della semantica dell’eufemismo che serve per disinformare e ingannare i lettori. Quello che e’ avvenuto oggi all’UNESCO e’ il risultato della politica anti-israeliana del presidente Obama che ha intimato ad Israele di ritornare ai confini del ’67, con Gerusalemme divisa in due capitali, ignorando totalmente che Hamas ed Hezbollah bracci armati dell’Iran mirano alla sua distruzione e che ci sono due fazioni palestinesi nemiche, Fatah e Hamas.
E’ notorio ormai, che sin dall’inizio della sua presidenza il presidente Obama e’ tutto inchini ed overtures verso i nemici di Israele, dimentico delle sue promesse -da marinaio- quando candidato presidenziale alla Casa Bianca ando’ in visita in Israele a raccattare voti, e dichiaro’ che si immedesimava negli Israeliani sottoposti al bombardamento di migliaia di missili e che egli stesso non avrebbe tollerato di far vivere le sue due figliole, Sacha e Malia in una casa esposta a tale rischio. Inoltre nel suo recente discorso commemorativo a Ground Zero, lo smemorato Obama non ha citato Israele fra le nazioni colpite dal terrorismo. Un’ omissione grave e voluta, “ma Israele non dimentica e non perdona”! (Shimon Peres). Se oggi la Palestina e’ entrata a far parte dell’Unesco lo dobbiamo anche alla irresponsabilita’ di Obama. Ma qui negli Stati Uniti c’e una grande maggioranza di cittadini a favore di Israele e c’e’ un Congresso filo-israeliano risoluto a far sentire la sua voce. Proprio nel passato mese di settembre, i candidati presidenziali repubblicani alla Casa Bianca come Rick Perry e Mitt Romney, intellettuali e uomini di cultura hanno fatto quadrato intorno allo stato ebraico per difenderlo; e John Bolton, ex ambasciatore americano all’ONU – che nell’anno corrente e’ stato insignito a N.Y. insieme a Fiamma Nirenstein e Jose’ Aznar del premio internazionale “Amici di Israele”- ha chiamato a raccolta nel Campus di Touro College, tutti i difensori d’Israele, dichiarando che bisognava tagliare i fondi all’ONU. Di conseguenza il Congresso Americano -la cui House of Representatives e’ solo da un anno a maggioranza repubblicana- in seguito ad una decisione dello scorso 5 ottobre 2011, ha congelato fondi per 200 milioni stanziati per lo sviluppo di infrastrutture a Gaza, per dissuadere il truffaldino Abu Mazen, alias Mahmoud Abbas dal cercare il riconoscimento di uno autoproclamato stato palestinese, da parte dei membri delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro. Anzi la Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti del Congresso oltre a bloccare 200 millioni di dollari nell’assistenza economica a Gaza ( the Republican-led Committee in the House, House of Foreign Affairs Committee, put a hold on $200 million in economic assistance) sta indagando anche sull’uso che le autorita’ palestinesi fanno del denaro assegnato loro. Ma cio’ non ha dissuaso il presidente Abu Mazen dall’indirizzare il suo discorso ai membri del Consiglio dell’ONU e a procedere nel sottoporre la sua richiesta anche al Consiglio di Sicurezza; e malgrado cio’, oggi, 31 ottobre a Parigi, l’infaticabile faccendiere ha appena chiesto ai 198 membri dell’Unesco la membership per la Palestina, che in base allo scrutinio dei voti, a maggioranza ne e’ entrata a far parte. Gli Stati Uniti hanno votato contro, ma troppo tardi, quando la politica filoaraba di Obama che non ha mai nascosto la sua mala disposizione verso Israele, sta producendo i suoi frutti avvelenati. Il congelamento corrente di 200 milioni di dollari da parte del Congresso e’ propedeutico ad un altro imminente di 358 milioni di dollari, destinati ai Palestinesi della West Bank (Cisgiordania) e Gaza.
Dal 1994 i Palestinesi hanno ricevuto 3.3 miliardi di dollari in aiuti dagli Stati Uniti per la loro crescita economica, istruzione, infrastrutture, strade scuole e acqua potabile. Il Congresso Americano aveva anche gia’minacciato l’UNESCO che avrebbe ritirato tutti gli aiuti che gli Stati Uniti devolvono ai paesi membri se si fossero fatti complici di Abu Mazen nel votare a maggioranza per l’ammissione della Palestina, come poi e’ avvenuto oggi. Correntemente l’Unesco riceve il 22% dei suoi fondi dagli Stati Uniti. E’ chiaro che il Congresso Americano sia ormai deciso con la sua determinazione, a tagliare tutti i fondi e aiuti alla Palestina –to cut off all funding- anche perche’ Abu Mazen, ringalluzzitosi per il suo successo odierno si ostinera’ a procedere in solitaria senza considerare le ragioni di Israele a cui non riconosce nemmeno il diritto all’esistenza.
Piera Prister Bracaglia Morante
La Stampa-Maurizio Molinari: " La risposta americana, stop ai finanziamenti"
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
L’ amministrazione Obama condanna come «controproducente» la decisione dell’Unesco di accettare l’adesione a pieno titolo dei palestinesi e reagisce tagliandole da subito i finanziamenti. È Jay Carney, portavoce del presidente Barack Obama, a definire «riprovevole» e «prematuro» il voto con cui l’Unesco ha accettato fra i suoi membri lo «Stato di Palestina», spiegando che si tratta di una decisione che «indebolisce il raggiungimento dell’obiettivo condiviso dalla comunità internazionale di una pace giusta, lunga e duratura fra Israele e palestinesi» sulla base degli accordi di pace di Oslo del 1993.
Per scongiurare il via libera dell’Unesco la diplomazia Usa, assieme ad altri Paesi europei e ad Israele, aveva tentato di impedire il raggiungimento del quorum ma la doccia fredda del risultato è arrivata a Washington mentre il presidente Barack Obama stava ricevendo nello Studio Ovale l’ex premier britannico Tony Blair, inviato per il Medio Oriente del Quartetto (Usa, Onu, Russia e Ue). Il timore della Casa Bianca è che «adesso la ripresa del negoziato in Medio Oriente diventi assai più difficile» anche perché l’Autorità nazionale palestinese (Anp) appare ora intenzionata ad ottenere simili riconoscimenti da parte di altri organismi dell’Onu - dall’Agenzia atomica all’Organizzazione mondiale della Sanità fino alla Conferenza sul Commercio - in una sorta di campagnainternazionale destinata a spingere il Consiglio di Sicurezza ad accettare la richiesta di adesione entro fine anno.
La prima contromossa degli Stati Uniti è arrivata dal Dipartimento di Stato, dove la portavoce Victoria Nuland ha fatto sapere che «sulla base delle leggi approvate dal Congresso vengono bloccati da subito i fondi all’Unesco» a cominciare dal versamento di 60 milioni di dollari previsto in novembre. Finora gli Stati Uniti hanno garantito la copertura del 22 per cento del bilancio dell’Unesco e ciò significa che dovranno essere interrotti numerosi programmi ma si tratta di una «scelta inevitabile», come ha spiegato Nuland, in forza delle leggi approvate nel 1990 e nel 1994 promulgate dai presidenti George Bush padre e da Bill Clinton - che impediscono il finanziamento a organismi internazionali che assegnano un pieno riconoscimento ai palestinesi prima del raggiungimento di un accordo di pace con Israele. Gli Stati Uniti resteranno tuttavia dentro l’Unesco «per tutelare i propri interessi».
La repubblicana Ileana Ros-Lehtinen, presidente della commissione Esteri alla Camera, ha definito il voto dell’Unesco «contrario a Israele e contrario alla pace» lasciando intendere che il Congresso di Washington potrebbe reagire votando ulteriori tagli all’elargizione di fondi americani alle Nazioni Unite «visto che l’offensiva dei palestinesi è destinata a durare nel tempo». Fra le ipotesi prese in considerazione c’è il blocco totale dei fondi all’Autorità nazionale palestinese - che riceve 600 milioni di dollari l’anno e la diminuzione degli aiuti militari ai Paesi che all’Onu voteranno a favore della piena adesione dei palestinesi.
L’ amministrazione Obama condanna come «controproducente» la decisione dell’Unesco di accettare l’adesione a pieno titolo dei palestinesi e reagisce tagliandole da subito i finanziamenti. È Jay Carney, portavoce del presidente Barack Obama, a definire «riprovevole» e «prematuro» il voto con cui l’Unesco ha accettato fra i suoi membri lo «Stato di Palestina», spiegando che si tratta di una decisione che «indebolisce il raggiungimento dell’obiettivo condiviso dalla comunità internazionale di una pace giusta, lunga e duratura fra Israele e palestinesi» sulla base degli accordi di pace di Oslo del 1993.
Per scongiurare il via libera dell’Unesco la diplomazia Usa, assieme ad altri Paesi europei e ad Israele, aveva tentato di impedire il raggiungimento del quorum ma la doccia fredda del risultato è arrivata a Washington mentre il presidente Barack Obama stava ricevendo nello Studio Ovale l’ex premier britannico Tony Blair, inviato per il Medio Oriente del Quartetto (Usa, Onu, Russia e Ue). Il timore della Casa Bianca è che «adesso la ripresa del negoziato in Medio Oriente diventi assai più difficile» anche perché l’Autorità nazionale palestinese (Anp) appare ora intenzionata ad ottenere simili riconoscimenti da parte di altri organismi dell’Onu - dall’Agenzia atomica all’Organizzazione mondiale della Sanità fino alla Conferenza sul Commercio - in una sorta di campagnainternazionale destinata a spingere il Consiglio di Sicurezza ad accettare la richiesta di adesione entro fine anno.
La prima contromossa degli Stati Uniti è arrivata dal Dipartimento di Stato, dove la portavoce Victoria Nuland ha fatto sapere che «sulla base delle leggi approvate dal Congresso vengono bloccati da subito i fondi all’Unesco» a cominciare dal versamento di 60 milioni di dollari previsto in novembre. Finora gli Stati Uniti hanno garantito la copertura del 22 per cento del bilancio dell’Unesco e ciò significa che dovranno essere interrotti numerosi programmi ma si tratta di una «scelta inevitabile», come ha spiegato Nuland, in forza delle leggi approvate nel 1990 e nel 1994 promulgate dai presidenti George Bush padre e da Bill Clinton - che impediscono il finanziamento a organismi internazionali che assegnano un pieno riconoscimento ai palestinesi prima del raggiungimento di un accordo di pace con Israele. Gli Stati Uniti resteranno tuttavia dentro l’Unesco «per tutelare i propri interessi».
La repubblicana Ileana Ros-Lehtinen, presidente della commissione Esteri alla Camera, ha definito il voto dell’Unesco «contrario a Israele e contrario alla pace» lasciando intendere che il Congresso di Washington potrebbe reagire votando ulteriori tagli all’elargizione di fondi americani alle Nazioni Unite «visto che l’offensiva dei palestinesi è destinata a durare nel tempo». Fra le ipotesi prese in considerazione c’è il blocco totale dei fondi all’Autorità nazionale palestinese - che riceve 600 milioni di dollari l’anno e la diminuzione degli aiuti militari ai Paesi che all’Onu voteranno a favore della piena adesione dei palestinesi.
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mercoledì 2 novembre 2011
'Palestine' Voted Full Membership in UNESCO: Your Protest is Needed Right Now
Yesterday in Paris, 'Palestine' was voted in as a member of UNESCO (the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) - the first UN agency to bestow full membership upon the not-yet defined 'Palestine'.
As a result of the vote, the United States, as required by law passed during the Clinton Administration, will cut off some $70 million in funding to UNESCO, or more than 20% of its annual budget.
Tens of thousands of concerned Simon Wiesenthal Center supporters have already joined the protest to UNESCO's Director-General Irina Bokova. If you have not signed the petition, we urge you to do so immediately and to forward to your family and friends.
As a full member of UNESCO, we expect the Palestinian leadership to step up their campaign to erase the history of the Jewish people in the Land of Israel by seeking to have historic and religious sites held sacred by Jews, as well as Christians, and Muslims, to be declared by UNESCO as wholly Palestinian Heritage sites. Last year, UNESCO adopted proposals by Arab states classifying Rachel's Tomb in Bethlehem as a mosque and stating that the Cave of the Patriarchs was "an integral part of the occupied Palestinian Territories".
Clearly, UNESCO's admittance of 'Palestine' is also a serious blow to the United States and others who have urged face-to-face negotiations between Israel and the Palestinian Authority.
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Fate sapere al mondo cosa succede veramente da Israele, Deborah Fait
Fate sapere al mondo cosa succede veramentedi Deborah Fait
E' una desolazione, come ti giri, leggi i giornali, guardi le notizie alla TV, ti vien voglia di vomitare. In due giorni da Gaza sono piombati piu' di 50 missili Grad su Israele, chi ne da notizia, parla di raid aerei israeliani su Gaza e solo in seconda battuta accenna ai missili che hanno provocato la reazione di Israele ma Repubblica fa di piu' e scrive :"ucciso colono ad Ashkelon".
Colono? A Ashkelon?
Vi sembra possibile che un giornalista possa aver scritto una simile bestialita'? ecco, leggete pure, il titolo parla solo di raid israeliano, non dell' attacco palestinese contro un milione di israeliani e la perla e' nel sottotitolo , Razzi contro Israele: ucciso un colono http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/29/news/raid_israeliano_nella_striscia_di_gaza-24090703/
Che dire? e' una desolazione, un odio senza pari, una mancanza di etica giornalistica che dovrebbe scandalizzare i piu' e invece passa inosservata perche' si sa che Israele e' sempre colpevole e che gli israeliani sono tutti coloni.
La citta' di Askelon e' in Israele, fa parte dello stato ebraico, date un sguardo a una cartina geografica e ditemi se un cittadino israeliano di Ashkelon puo' essere definito colono, senza contare che il termine, tutto italiano, e' falso e ridicolo.
Queste porcherie possono essere scritte soltanto se non si riconosce la legittimita' di Israele ad esistere.
Quando e' partito l'attacco da Gaza le sirene di allarme di sono attivate in tutte le citta' del sud, anche nella mia citta' e, se volete, date un occhiata per capire dove si trova Rehovot. Sono anch'io una colona secondo Repubblica,senza nessun diritto, nemmeno quello di poter dormire in pace.
Mi fa piacere pubblicare un pezzo di un amico, Alberto, per dare un'idea, anche minima, di quello che accade da anni, di come vive un milione di israeliani : negli ultimi 2 giorni da Gaza sono stati sparati circa 50 missili grad su Ashkelon, Ashdod, Beersheva ecc ecc, oltre ad un numero imprecisato di colpi di mortaio sui kibbutz di confine, un israeliano padre di famiglia di 56 anni e' morto, aveva appena fermato l' auto per mettersi al riparo, ma non ha fatto in tempo a trovarne uno. Altri israeliani sono rimasti feriti, una neonata e' stata intossicata dal fumo dei roghi scoppiati a causa dei missili, una decina di auto sono andate a fuoco ed esplose, abitazioni sono state pesantemente colpite e danneggiate (i missili grad oltre all' esplosivo hanno anche moltissime biglie di ferro che schizzano da tutte le parti dopo l' impatto e fanno buchi dappertutto), alcune bombole di gas non sono miracolosamente esplose, un milione di israeliani e' nei rifugi dall' altro ieri, le scuole del sud d'Israele sono chiuse, un missile ha colpito una scuola di Ashdod di sabato, dove avrebbe dovuto esserci una lezione di un rabbino, ma il bidello era malato quel giorno li' e combinazione la lezione non si e' tenuta... Ma sui media mondiali si legge che sono morti 9 "poveri" palestinesi. Nove terroristi della Jihad islamica.
Ariel, un cittadino di una delle citta' colpite lancia un grido di disperazione : Fate sapere al mondo cosa succede veramente....
Noi lo facciamo, tentiamo di farlo, esistiamo per questo ma il mondo non sente e se ne frega, completamente assoggettato agli arabi, innamorato dei palestinesi, questo mondo vuole soltanto che passi l'idea di Israele persecutore e arabi vittime.
Questo mondo, caro Ariel, proprio ieri ha accolto tra le sue braccia la Palestina diventata a tutti gli effetti stato membro dell'unesco (scritto rigorosamente minuscolo) per la gioia di tutti gli odiatori di Israele. Adesso ne vedremo delle belle.
L'arroganza palestinese non avra' piu' limiti, l'auspicato dialogo tra Israele e Abu Mazen restera' un punto di domanda. Ormai sono anni che i palestinesi si rifiutano di dialogare con Israele, lo farebbero, secondo il loro presidente negazionista e compare di Arafat, solo se Israele graziosamente scomparisse. Quali sarebbero le maggiori pretese palestinesi?
1.Gerusalemme Capitale della palestina col nome di Al Quds. Ehud Olmert gliel'aveva offerta. Abu Mazen aveva rifiutato.
2.Olmert aveva fatto di piu': la Citta' Vecchia , dove esistono tutti i luoghi santi ebraici, cristiani e musulmani, sarebbe stata amministrata da un gruppo di “saggi” di Giordania, Arabia Saudita, governo palestinese, Stati Uniti e Israele Abu Mazen aveva rifiutato.
3. Accoglienza in Israele di un certo numero di cosiddetti profughi palestinesi. Abu Mazen aveva rifiutato. Tutto questo non gli bastava ne' mai bastera' , e' Israele che vuole, non qualche pezzo di territorio, qualche sinagoga o chiesa da trasformare in moschee. Non gli interessa, lui e i palestinesi vogliono solo una cosa, insediarsi al posto di Israele.
Adesso, con una bella poltrona in seno all'ONU, si scateneranno e tutto il mondo vedra' un paese che non c'e', un popolo che, dalla sua invenzione nel 1967, si e' dedicato solo al terrorismo contro civili, donne e bambini, dettare condizioni, usare la sua prepotenza e cambiare il nome e la storia di tutti i luoghi sacri.
Finora hanno cambiato il nome, la storia e l'appartenza dei luoghi santi ebraici : il Kotel ( muro del pianto) luogo sacro per l'ebraismo mondiale, e' gia' diventato Al-Buraq Wall, la Tomba di Rachele ( da 4000 anni luogo sacro per gli ebrei) e' stata trasformata in moschea e si chiama Bilal bin Rabah Mosque. La Tomba di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e' stata bruciata varie volte, trasformata in moschea, dopo il rogo di tutti i libri sacri ebraici. Oggi gli ebrei possono visitarla solo dietro permesso palestinese e mai singolarmente, pena il linciaggio da parte dei "pacifici" abitanti di Nablus.
Altri luoghi sacri verranno profanati, distrutti, i loro antichi nomi cambiati, la storia stuprata, tocchera' anche ai luoghi sacri cristiani e allora forse qualche nazione cha ha votato perche' il "fantasma palestina" entrasse a far parte dell'ONU, si mangera' le mani.
Contro Israele, l'ebreo del mondo, trova continuita' la millenaria persecuzione degli ebrei, nell'odio contro Israele si riconoscono tutti i discendenti dei piu' antichi e recenti odiatori, quelli che entravano con forconi e spade per sterminare villaggi o quartieri di ebrei, quelli che li mettevano sui roghi se non si convertivano e anche dopo la conversione forzata, quelli che li mettevano nei forni in epoca recentissima.
Per non provare sensi di colpa, l'occidente ha trasformato Israele da vittima degli arabi , della loro violenza, del loro negazionismo, in persecutore.
Guerre per l'annientamento, terrorismo, missili, tragedie che Israele vive dal giorno della sua fondazione, tutto viene giustificato in nome dell'odio che questo mio paese martoriato suscita nell'animo occidentale.
Dopo 63 anni, ancora si parla di Terrasanta e non di Israele. Ancora non se ne riconosce la Capitale. Ancora si parla di illegittimita' di vivere nel nostro Paese. Ancora i piu' moderati tra i nostri odiatori dicono la frase terribile "Israele ha il diritto di esistere". Ancora odio e negazionismo. A questo si contrappone l'abbraccio incondizionato del mondo ai nostri persecutori. Il grido disperato di Ariel " Fate sapere al mondo cosa succede veramente.... " Cade tristemnente nel vuoto.
Il mondo ci ha marchiati a fuoco ancora una volta e sta tentando di cancellare la nostra storia per accontentare i suoi padroni. Se cancelli e trasformi la Storia, cancelli il popolo che l'ha vissuta. Questo e' l'obiettivo dei palestinesi e della Lega Araba e a questo si sono inginocchiati servilmente i paesi europei che hanno votato perche' una non nazione diventasse stato membro di un'organizzazione internazionale.
Deborah Fait
Unesco: Il commento di Ugo Volli Una farsa, ma pericolosissima
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=42063
Cari amici,
come dice la sua sigla, l'Unesco dovrebbe occuparsi di educazione, scienza, cultura e altre nobili cose del genere. Ma, come ha detto ieri l'ambasciatore israeliano, più che alla scienza sembra interessato alla fantascienza. Aggiungo io: più che alla cultura all'ignoranza, più che all'educazione all'indottrinamento. Comunque alla politica, in senso antidemocratico e antioccidentale.
E' una vecchia storia, già Reagan ne fece uscire gli Stati Uniti vent'anni fa, quando l'agenzia lavorava per organizzare l'informazione internazionale in senso terzomondista (e da quel progetto sarebbe poi uscita Al Jazeera).
Per quanto riguarda il Medio Oriente è famosa l'operazione magica dell' Unesco sulla tomba di Rachele, moglie del patriarca Giacobbe, ininterrottamente frequentata dagli ebrei dai tempi biblici e loro possesso perenne registrato anche dal governo ottomano e situata fra Betlemme e Gersualemme, che improvvisamente fu registrata come moschea Bilal ibn Rabah (http://www.zionism-israel.com/dic/Bilal_ibn_Rabah_Mosque.htm, così chiamata dal nome di un muezzin abissino la cui tomba è a Damasco: http://it.wikipedia.org/wiki/Bilal), e naturalmente patrimonio culturale "palestinese". Bisogna attendersi che lo stesso accadrà ora per tutte le testimonianze della storia ebraica, che gli arabi cercano di negare e se possibile di distruggere. Del resto che l'Unesco sia nemico dei beni culturali scomodi per il mondo islamico si è visto anche nel caso dell'Armenia, quando l'agenzia ha avallato la distruzione sistematica delle tracce cristiane compiute da Turchia e Azerbaigian.
Si potrebbe dunque considerare la decisione di Parigi un classico caso di lupo messo a guardia delle pecore, di vandalo nominato custode di museo. Non è un caso che per un pelo due anni fa non fosse stato eletto direttore dell'Unesco l'allora ministro della cultura egiziano (oggi indagato per corruzione) che aveva dichiarato che, se avesse trovato in una biblioteca egiziana un libro ebraico, l'avrebbe bruciato con le sue mani (http://en.wikipedia.org/wiki/Farouk_Hosny).
Sul piano culturale, insomma, tutta questa storia è una farsa, una pagliacciata. L'Unesco non ha mai fatto niente per la cultura e la scienza, è una sede politica che compie scelte politiche anche quando riconosce questo o quel sito come "patrimonio dell'umanità". Se uno dovesse preoccuparsi dell'autorità morale o culturale della banda di burocrati che riceve lauti stipendi dall'agenzia di Parigi, potrebbe togliersi il pensiero. E del resto è chiaro che il destino dei monumenti ebraici in Israele si deciderà sul campo, come pure quello dell'inesistente patrimonio culturale (inesistente ma inventato) di una nazione inesistente (inesistente ma inventata) come la "Palestina".
Il punto però è proprio questo, il senso politico di questo gesto. Che va letto come indizio di orientamenti politici profondi. Il primo è la perfetta irrilevanza cui la politica di Obama ha confinato l'America. Uno stato che si ritira dappertutto, che lascia l'Iraq all'espansionismo iraniano, che ritira il suo ambasciatore dalla Siria non per protesta ma perché non è sicuro della sua incolumità, che sulla Libia intona l'"armiamoci e partite", che lascia sviluppare all'Iran suo acerrimo nemico l'armamento nucleare nel bel mezzo della fonte di mezzo petrolio del mondo non è più un impero, è uno stato perfettamente irrilevante. E non a caso i suoi migliori alleati, Gran Bretagna in testa, hanno ignorato i suoi appelli politici, le sue esplicite minacce. E' una Caporetto diplomatica per l'America, ancor più che per Israele. Speriamo solo che Obama se ne vada presto, perché anche quando come in questo caso fa la cosa giusta, non è in grado di sostenerla.
La seconda grande tendenza politica è l'odio per Israele, che ormai coinvolge non solo i paesi islamici, ma anche tutto il terzo mondo (hanno votato per la "Palestina", India, Cina, Russia, Brasile, giù giù fino allo Sri Lanka) e buona parte dell'Europa: non solo i paesi antisemiti come Spagna, Norvegia, Austria, ma anche la Francia, che hanno ripreso la tradizionale politica filo-araba, anche se hanno governi di destra. Con loro anche la Grecia, il Lussemburgo, il Belgio, insomma mezza Europa. L'Italia è rimasta fra color che son sospesi, e certo è una posizione debole e del tutto deludente, ma almeno non si è allineata con costoro, ha rifiutato il vecchio riflesso dei tempi di Moro e La Pira, Andreotti, Craxi e D'Alema.
Il risultato ricorda quello della recente conferenza Durban III: 107 stati hanno votato nel senso di un riconoscimento della "palestina", anche senza trattative di pace, anche senza il controllo del territorio, anche se la contiguità col terrorismo è chiarissima, anche se la "palestina" non ha affatto rinunciato alle pretese sull'intero territorio israeliano. Solo 14 i contrari (insieme a Israele e Usa anche Germania, Canada,Olnada e pochi altri). Parte di questi voti, come quello americano e tedesco, erano dovuti, ma non sono vermente convinti. Gli astenuti sono stati 52. E' un segno chiarissimo. Israele, bombardato giorno e notte dai terroristi, vittima designata dell'odio atomico iraniano non ha la solidarietà internazionale. Deve difendersi da sé, cercando di non dar modo ai suoi nemici di usare l'appoggio del mondo che non mancherebbe. Siamo di nuovo in una situazione in cui gli ebrei sono colpevoli di ogni cosa, innanzitutto di esistere e di mantenersi tali. Per la cultura l'ammissione della "palestina" all'Unesco non vuol dir niente. Per la politica è allarme rosso.

Ugo Volli
Cari amici,
come dice la sua sigla, l'Unesco dovrebbe occuparsi di educazione, scienza, cultura e altre nobili cose del genere. Ma, come ha detto ieri l'ambasciatore israeliano, più che alla scienza sembra interessato alla fantascienza. Aggiungo io: più che alla cultura all'ignoranza, più che all'educazione all'indottrinamento. Comunque alla politica, in senso antidemocratico e antioccidentale.
E' una vecchia storia, già Reagan ne fece uscire gli Stati Uniti vent'anni fa, quando l'agenzia lavorava per organizzare l'informazione internazionale in senso terzomondista (e da quel progetto sarebbe poi uscita Al Jazeera).
Per quanto riguarda il Medio Oriente è famosa l'operazione magica dell' Unesco sulla tomba di Rachele, moglie del patriarca Giacobbe, ininterrottamente frequentata dagli ebrei dai tempi biblici e loro possesso perenne registrato anche dal governo ottomano e situata fra Betlemme e Gersualemme, che improvvisamente fu registrata come moschea Bilal ibn Rabah (http://www.zionism-israel.com/dic/Bilal_ibn_Rabah_Mosque.htm, così chiamata dal nome di un muezzin abissino la cui tomba è a Damasco: http://it.wikipedia.org/wiki/Bilal), e naturalmente patrimonio culturale "palestinese". Bisogna attendersi che lo stesso accadrà ora per tutte le testimonianze della storia ebraica, che gli arabi cercano di negare e se possibile di distruggere. Del resto che l'Unesco sia nemico dei beni culturali scomodi per il mondo islamico si è visto anche nel caso dell'Armenia, quando l'agenzia ha avallato la distruzione sistematica delle tracce cristiane compiute da Turchia e Azerbaigian.
Si potrebbe dunque considerare la decisione di Parigi un classico caso di lupo messo a guardia delle pecore, di vandalo nominato custode di museo. Non è un caso che per un pelo due anni fa non fosse stato eletto direttore dell'Unesco l'allora ministro della cultura egiziano (oggi indagato per corruzione) che aveva dichiarato che, se avesse trovato in una biblioteca egiziana un libro ebraico, l'avrebbe bruciato con le sue mani (http://en.wikipedia.org/wiki/Farouk_Hosny).
Sul piano culturale, insomma, tutta questa storia è una farsa, una pagliacciata. L'Unesco non ha mai fatto niente per la cultura e la scienza, è una sede politica che compie scelte politiche anche quando riconosce questo o quel sito come "patrimonio dell'umanità". Se uno dovesse preoccuparsi dell'autorità morale o culturale della banda di burocrati che riceve lauti stipendi dall'agenzia di Parigi, potrebbe togliersi il pensiero. E del resto è chiaro che il destino dei monumenti ebraici in Israele si deciderà sul campo, come pure quello dell'inesistente patrimonio culturale (inesistente ma inventato) di una nazione inesistente (inesistente ma inventata) come la "Palestina".
Il punto però è proprio questo, il senso politico di questo gesto. Che va letto come indizio di orientamenti politici profondi. Il primo è la perfetta irrilevanza cui la politica di Obama ha confinato l'America. Uno stato che si ritira dappertutto, che lascia l'Iraq all'espansionismo iraniano, che ritira il suo ambasciatore dalla Siria non per protesta ma perché non è sicuro della sua incolumità, che sulla Libia intona l'"armiamoci e partite", che lascia sviluppare all'Iran suo acerrimo nemico l'armamento nucleare nel bel mezzo della fonte di mezzo petrolio del mondo non è più un impero, è uno stato perfettamente irrilevante. E non a caso i suoi migliori alleati, Gran Bretagna in testa, hanno ignorato i suoi appelli politici, le sue esplicite minacce. E' una Caporetto diplomatica per l'America, ancor più che per Israele. Speriamo solo che Obama se ne vada presto, perché anche quando come in questo caso fa la cosa giusta, non è in grado di sostenerla.
La seconda grande tendenza politica è l'odio per Israele, che ormai coinvolge non solo i paesi islamici, ma anche tutto il terzo mondo (hanno votato per la "Palestina", India, Cina, Russia, Brasile, giù giù fino allo Sri Lanka) e buona parte dell'Europa: non solo i paesi antisemiti come Spagna, Norvegia, Austria, ma anche la Francia, che hanno ripreso la tradizionale politica filo-araba, anche se hanno governi di destra. Con loro anche la Grecia, il Lussemburgo, il Belgio, insomma mezza Europa. L'Italia è rimasta fra color che son sospesi, e certo è una posizione debole e del tutto deludente, ma almeno non si è allineata con costoro, ha rifiutato il vecchio riflesso dei tempi di Moro e La Pira, Andreotti, Craxi e D'Alema.
Il risultato ricorda quello della recente conferenza Durban III: 107 stati hanno votato nel senso di un riconoscimento della "palestina", anche senza trattative di pace, anche senza il controllo del territorio, anche se la contiguità col terrorismo è chiarissima, anche se la "palestina" non ha affatto rinunciato alle pretese sull'intero territorio israeliano. Solo 14 i contrari (insieme a Israele e Usa anche Germania, Canada,Olnada e pochi altri). Parte di questi voti, come quello americano e tedesco, erano dovuti, ma non sono vermente convinti. Gli astenuti sono stati 52. E' un segno chiarissimo. Israele, bombardato giorno e notte dai terroristi, vittima designata dell'odio atomico iraniano non ha la solidarietà internazionale. Deve difendersi da sé, cercando di non dar modo ai suoi nemici di usare l'appoggio del mondo che non mancherebbe. Siamo di nuovo in una situazione in cui gli ebrei sono colpevoli di ogni cosa, innanzitutto di esistere e di mantenersi tali. Per la cultura l'ammissione della "palestina" all'Unesco non vuol dir niente. Per la politica è allarme rosso.
Ugo Volli
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martedì 1 novembre 2011
La fabbrica delle bugie trasforma i killer in eroi
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=42045
Tra terroristi definiti miliziani, principi sauditi peggio di Hamas, il solito Udg che capovolge i fatti, una tregua che nei fatti non è mai esistita, editoriali scritti con il dolcificante, oggi, 31/10/2011, la ripresa (mai interrotta) dellguerra di Gaza contro Israele, merita alcuni commenti, che i lettori troveranno prima degli articoli:
Eccoli:
Il Giornale- Fiamma Nirenstein: " La fabbrica delle bugie trasforma i killer in eroi "
Un breve pezzo, nella sua rubrica " Fuoco & Fiamma", ma al fulmicotone, che riconferma come anche in poche righe si possano raccontare quelle verità che i giornaloni si guardano bene dal raccontare. Grande Fiamma !
Gli italiani che leggono parte della stampa italiana non sapranno mai come sono davvero andati gli scontri che hanno coinvolto Israele e Gaza nelle ultime ore. Quasi tutti i media hanno fatto lo stesso: accusare Israele come fosse un demone assetato di sangue. Si chiama “blood libel” vecchio stereotipo antisemita. La notizia nei titoli e nei pezzi (vedi Repubblica di ieri) è che gli israeliani si sono avventati su Gaza, l’hanno bombardata e hanno fatto cinque morti. Tutto per qualche scalcinato “razzo”caduto sul sud d’Israele. La verità è diversa: Israele ha subito un attacco missilistico su un milione di abitanti del sud, comprese le città di Ashod e Ashkelon. I missili sono ormai quasi tutti Grad, lunga gittata e precisione di tiro. Ne sono caduti più di cinquanta in due giorni su una popolazione da giorni chiusa in casa, in cui le scuole sono chiuse, gli ospedali zeppi, gli uffici e i negozi inattivi. Un padre di quattro figli è stato ucciso dentro casa, i feriti sono decine. Israele invece non ha mirato sulla popolazione di Gaza, ma sulla cellula che ha sparato e sulle armi. Non si devono fermare gli assassini quando si avventano sugli innocenti?Gli ebrei devono morire in silenzio nel loro Paese? La disinformazione su Israele è un colossal mediatico: ci hanno raccontato che Mohammed Al Dura, il bambino-icona palestinese, è stato ucciso dai soldati, e pare sia morto di fuoco palestinese; che a Jenin fu perpetrata una strage, ma il numero di palestinesi uccisi pareggia quello dei soldati, che gli israeliani sparavano sulle ambulanze in Libano e invece erano buchi confezionati per i fotografi.. Per rispetto del lettore, la leggenda dei poveri palestinesi perseguitati deve finire. Sono gli Israeliani a essere perseguitati con i missili.
Il Giornale-Rolla Scolari: " E' già finito l'effetto Shalit, razzi su Israele, raid a Gaza "
una cronaca che pecca nella scelta delle parole - ma quali militanti, cara Rolla ! - e quanta attenzione nell'ovattare quello che è stato un vero attacco missilistico contro Israele. Rileggiti il pezzo di Fiamma, pubblicato accanto al tuo, Israele spara non ai 'palestinesi' come hai scritto, ma ai terroristi per impedirgli di lanciare missili. Datti nuna svegliata, scrivi sul GIORNALE, mica su REPUBBLICA !
Gerusalemme Per ore ieri, anche a molti chilometri da Gaza, si udiva il rumore degli aerei israeliani e il ronzio dei droni. Non è diminuita, nonostante un apparente cessate il fuoco mediato dall’Egitto, la tensione nel Sud d’Israele e lungo il confine della Striscia. I lanci di razzi dei militanti palestinesi del Jihad islamico e le risposte israeliane fanno temere che la situazione precipiti. Sabato, in seguito al lancio di mercoledì di un razzo palestinese sulla cittadina di Ashdod, l’aviazione israeliana ha colpito postazioni di militanti a Rafah, nel Sud di Gaza. Sono morti nove miliziani palestinesi e un civile israeliano è stato ucciso dalle schegge di un razzo. E ieri un palestinese è rimasto vittima di un raid israeliano a Gaza poco dopo la dichiarazione da parte del Jihad islamico di un cessate il fuoco. È la prima volta dalla liberazione di Gilad Shalit che un missile cade su territorio israeliano. Tra sabato notte e domenica sono caduti oltre dieci missili, più di 40 in 48 ore. Il governo israeliano ha ordinato la chiusura delle scuole nelle comunità a rischio. «Non c’è cessate il fuoco e l’altra parte pagherà in maniera più pesante di quanto ha fatto, finché non smetterà di sparare », ha detto ieri il primo ministro Benjamin Netanyahu. Non vogliamo che la situazione deteriori, ha spiegato, ma ci difendiamo secondo il principio «uccidi o sarai ucciso ». Il lancio di razzi dalla Striscia arriva in un momento in cui «Hamas non ha esaurito la dimostrazione di forza dopo l’accordo per Shalit», scrive il quotidiano Haaretz .Pochi giorni fa, infatti, è stata siglata l’intesa per uno scambio di prigionieri. Per la liberazione del soldato israeliano Hamas ha ottenuto la scarcerazione di 1.027 detenuti, si cui 477 sono già tornati a casa. Gli altri dovrebbero farlo nelle prossime settimane. Una degenerazione della situazione potrebbe mettere a rischio la seconda parte dell’accordo.Gli analisti vedono dietro il lancio di razzi una faida interna palestinese, per l’equilibrio diforze a Gaza. Non ci sarebbe stata per ora partecipazione dell’ala armata di Hamas nel lancio di missili. Secondo gli esperti «il Jihad islamico vuole dimostrare di essere un importante attore», accumula potere e vuole contrastare il rafforzamento di Hamas. Ma per Israele, spiega al Giornale un portavoce dell’esercito, «Hamas è responsabile per i razzi anche se sono altri gruppi a sparare ».
L'Unità-Umberto De Giovannangeli: " Israele-Palestina, tensione alta nuovi raid aerei a Gaza"
Ci soffermiamo sul titolo, per rilevare il ritorno di Udg alla vecchia, mai dimenticata abitudine, di scrivere, non solo nel titolo, ma anche nell'articolo, l'attacco missilistico di Hamas contro Israele dopo aver citato per prima notizia la risposta di Israele. Dal che, chi legge, vede in Israele l'aggressore e Hamas l'aggredito.
Una manipolazione miserabile, anche se ben studiata, chi la usa dovrebbe vergognarsi di eseercitare la professione del giornalista.
Corriere della Sera-Cecilia Zecchinelli: " E il principe saudita offre la taglia,un milione per un soldato israeliano "
Chiamare 'controverso' un personaggio come lo sceicco Awad Al Qarni, ci sembra veramente troppo. Capiamo la necessità del CORRIERE di equiparare il più possibile vittime e aggressori, ma il troppo è troppo. Al Qarni è un terrorista, incita alla guerra contro Israele, come si può definirlo 'controverso' ?
Una taglia da un milione di dollari, un principe saudita nipote del re e un religioso dello stesso Paese, una famiglia di coloni israeliani e il soldato Shalit ex ostaggio di Hamas: protagonisti di una vicenda partita quasi in silenzio ma che si sta trasformando in un affare internazionale, tra minacce, incitamenti e condanne, rischi di ulteriori tensioni in una delle zone più calde del mondo.
A fare scalpore, due giorni fa, è stato l'annuncio in diretta alla tv Al Dalil di Sua Altezza Khalid bin Talal: «Pagherò 900 mila dollari a chiunque catturi un soldato israeliano per scambiarlo con prigionieri palestinesi. Con la cifra già offerta dallo sceicco Awad Al Qarni, arriveremo a un milione di dollari».
Molto meno noto del padre Talal (fratello dell'attuale sovrano, chiamato da giovane il «principe rosso» per le sue simpatie socialiste mai sconfessate), meno potente del fratello Al Walid (26° uomo più ricco del mondo, ex socio tra l'altro di Berlusconi), il principe Khalid si occupa dei suoi affari e di bacchettare chiunque devii dal «vero Islam». In altre parole è un superconservatore che in passato aveva già alzato la voce denunciando perfino il fratello miliardario Al Walid per aver introdotto in Arabia i primi cinema. O attaccando i «devianti sciiti» per le loro critiche all'Islam wahhabita. Per capire però l'attuale sortita, quella taglia milionaria, si deve guardare oltre alla religione, intrecciata com'è nel mondo islamico al nazionalismo, ricordando la cronaca degli ultimi giorni.
Tutto è partito il 18 ottobre con la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, dopo oltre cinque anni da ostaggio nella Striscia di Gaza. Il suo scambio con 1.027 prigionieri palestinesi aveva in apparenza soddisfatto entrambe le parti: per Hamas e il governo Natanyahu era stato un successo politico, per le loro opinioni pubbliche un sollievo. Con qualche eccezione. Come la famiglia di Shlomo Liebman, un colono ucciso 13 anni fa nell'insediamento ortodosso di Yitzhar in Cisgiordania da un gruppo di palestinesi, tra cui due liberati pochi giorni fa. Sdegnati dall'intesa per portare a casa Shalit, il 20 ottobre i parenti di Liebman hanno offerto pubblicamente 100 mila dollari «per la testa degli assassini» appena usciti dalle carceri israeliane. Notizia che in Europa non ha avuto risonanza ma che in Medio Oriente non è stata certo ignorata.
A Riad, mentre sui siti Internet si discuteva del gesto, sheikh Awad Al Qarni ha infatti reagito lanciando sulla sua pagina Facebook una taglia dello stesso valore: «I media scrivono che i coloni sionisti offrono montagne di soldi per uccidere i palestinesi scarcerati. In risposta a quei criminali dichiaro al mondo che chiunque catturi un soldato israeliano per scambiarlo con prigionieri riceverà da me un premio di 100 mila dollari». E mentre sui blog e sul social network (che ha poi eliminato l'annuncio) in molti approvano Al Qarni, altri lo minacciavano invece di morte, offrendo un'altra taglia (pare da un milione di dollari) per la sua testa. Motivo dichiarato, queste minacce, della discesa in campo del principe Khalid, «solidale con lo sceicco».
Anche Al Qarni è un personaggio per lo meno controverso: senza incarichi ufficiali in Arabia, è però famosissimo per le sue battaglie contro Israele. Nel 2009 con una fatwa giustificò ogni attacco agli «obiettivi dell'occupante», condannando allo stesso tempo i «regimi corrotti e complici dei sionisti», a partire da quello del deposto raìs Mubarak. Odio corrisposto: prima della rivoluzione, un tribunale del Cairo lo condannò a cinque anni in absentia per riciclaggio di denaro e finanziamenti illegali ai Fratelli Musulmani, accuse che lui ha sempre negato.
Al di là dell'intreccio di taglie e dei suoi personaggi, che magari appassionano solo chi segue questa regione, la vicenda rivela però quanto sia sempre più complessa e controversa la questione israelo-palestinese. Non solo per lo stallo dei negoziati, all'Onu, perfino del dialogo tra Hamas e Fatah. Ma per il risveglio del nazionalismo nel mondo arabo dall'inizio delle intifade, intrecciato spesso all'Islam nelle sue varie sfumature, comprese quelle più estreme.
Corriere della Sera-Antonio Ferrari: " Taglia su un soldato israeliano, brutto segnale dall'Arabia Saudita "
Anche i tasti di Antonio Ferrari affogano nella melassa. Vale il giudizio sul CORRIERE espresso prima. Ma quello di Ferrari ha la forma di un editoriale, una ufficialità che manca alle cronache. Ferrari mette anche in risalto la gravità del gesto del principe saudita, ma sembra meravigliarsene, che se l'Arabia Saudita non fosse stato il motore di gran parte degli attentati che hanno insanguinato il mondo nell'ultimo decennio. Presentare poi le richieste della Lega Araba come un contributo alla soluzione del conflitto è una tale enormità che non merita neppure di essere criticata.
Apparentemente tutto è nato dalle minacce incrociate dopo lo scambio tra il soldato israeliano Gilad Shalit con più di mille detenuti palestinesi. Una famiglia di colini ebrei ha offerto 100.000 dollari a chiunque catturi il responsabile dell'uccisione di un proprio famigliare che figura nell'elenco dei rilasciati. La risposta è arrivata da Riad. Un religioso saudita ha offerto la staessa somma a chiunque rapisca un altro soldato di Israele. Recevendo ruvide minacce.
Potrebbe essere uno dei tanti episodi rivelatori delle insormontabili difficoltà per risolvere il conflitto tra arabi e israeliani. Ma stavolta c'è un valore aggiunto davvero imbarazzante. Khaled, un principe della famiglia reale saudita, fratello del miliardario Al Walid, ha annunciato di voler aggiungere alla somma offerta dal religioso altri 900.000 dollari, giusto per fare conto tondo: 1 milione a chi cattura un soldato israeliano.
Il passo del principe, che appartiene alla aristocrazia dell'Arabia Saudita, cioè uno dei più solidi alleati degli Stati Uniti, va ben oltre la provocazione. Non è un mistero che Riad abbia finanziato generosamente gran parte dei movimenti islamici che si stanno preparando alla rivincita in molti paesi del mondo arabo, attraversati dall'onda inarrestabile delle rivolte popolari. Tuttavia vanno anche riconosciuti gli indubbi sforzi delm regno per risolvere il conflitto con l'offerta - avanzata nel 2002 al vertice di Beirut in nome e per conto di tutta la Lega Araba - di riconoscere e normalizzare i rapporti con lo Stato ebraico in cambio del ritiro da tutti i territori occupati e il ritorno ai confini del 1967.
Ora, con la provocazione di un membro della famiglia reale di Riad, sembra d'essere tornati indietro nel tempo. L'arroganza del principe Khaled può essere figlia della brezza fondamentalista poco primaverile che si respira in molti paesi arabi, ma potrebbe segnalare anche altro. La morte del principe ereditario Sultan e l'ascesa dell'ultraconservatore Najaf potrebbe infatti condizionare la prudente linea riformista del re Abdullah
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